Siamo sempre più poveri così la crisi morde l’Italia

Sempre più poveri. E sempre più poveri al Sud. La forbice delle disuguaglianze territoriali si sta riaprendo in maniera quasi drammatica. La scure dei rincari energetici e alimentari sta mietendo altre vittime. E parte dell’Italia rischia di diventare una polveriera sociale. La crisi pare destinata ad aumentare dell’1% – vale a dire 760 mila nuovi casi pari a 287 mila famiglie – il numero degli indigenti assoluti in Italia che raggiungeranno l’8,6% della popolazione. Un dato drammatico – contenuto nel Rapporto Svimez presentato ieri alla Camera e giunto alla sua 49esima edizione – ingenerato dall’impennata delle bollette e degli alimentari. Senza i provvedimenti tampone (blocco dei licenziamenti, ammortizzatori sociali in deroga fino al Rem e Reddito di cittadinanza) varati dal governo durante la pandemia l’onda lunga della recessione sarebbe stata più devastante. Senza questi provvedimenti – cita il Rapporto – le famiglie povere sarebbero state quasi 2,5 milioni quasi 450 mila in più ai 2 milioni circa del 2020, cui corrispondono oltre un milione di persine in meno in povertà assoluta. E a pagare una volta di più è il Sud. L’1% di nuovi poveri è infatti disomogeneo: +2,8% al Sud contro lo 0,3 del Nord e lo 0,4% del Centro Italia. Secondo il report la causa principale è da imputare dalla presenza in meridione di famiglie più numerose e con minori a carico. A subire maggiormente l’aumento delle spese sono le famiglie a reddito più basso. La lievitazione incontrollata dei cosiddetti costi incomprimibili, bollette e generi di prima necessità, arriva a coprire anche al 70% dei consumi totali. E di nuovo si tratta di nuclei familiari presenti maggiormente al Sud. Sempre nel Meridione d’Italia, la ripresa dell’occupazione in questi ultimi anni è stata – complice la precarietà – di qualità bassa. Qui, appunto, i lavoratori sono più precari che altrove e lo sono più a lungo e anche il tasso di occupazione ha numeri sempre a sfavore del Sud rispetto al resto del Paese. Dati inclementi sotto tutti i punti di vista che inchioderanno il governo a moltiplicare l’impegno su questo fronte. Un fronte che potrebbe mettere in serio pericolo la tenuta sociale. L’aumento dei prezzi delle bollette per gas ed energia elettrica significa un aumento in bolletta annuale d r42,9 miliardi di euro per le imprese industriali italiane; il 20% circa (8,2 miliardi) grava sull’industria del Mezzogiorno il cui contributo al valore aggiunti industriale dell’Italia è però inferiore al 10%. Secondo il Rapporto, “gli effetti territorialmente asimmetrici della crisi energetica intervenuta nel corso dell0’anno, penalizzando soprattutto famiglie e imprese meridionali, dovrebbe riaprire la forbice di crescita del Pil tra Nord e Sud”. Tornando alla questione del lavoro, spicca il dato secondo cui n Italia, nel 2021, la quota dei lavoratori dipendenti impegnati in lavori a termine da almeno 5 anni (che include quelli con contratto a tempo determinato e i collaboratori) si è attestata al 17,5% del totale dei lavoratori a termine. E ovviamente anche il tema della precarietà che dura di più non è omogeno: nelle Regioni del Sud si raggiunge il valore massimo di quasi un lavoratore su r4(23,8% ma in calo rispetto al 2p020), quasi 11 punti in più ella quota che si registra al Nord (13%) e superiore di oltre 7 punti a quella del Centro. Questo significa che chi è precario, soprattutto al Sud, farà più fatica a uscire dalla precarietà. Un dato su tuti: nel 2020 la quota di occupati precari (a termine e collaboratori) che a distanza di un anno trovano un’occupazione stabile era nel Mezzogiorno particolarmente bassa, pari al 15,8% contro il 22,4% a livello nazionale e addirittura il 26,9% al Nord. E c’è poi il dramma del lavoro povero. Nel 2021 gli occupati dipendenti extra-agricoli privati con bassa retribuzione (inferiore a 10.700 euro annuali sono 3,2 milioni di cui 2,1 milioni al Centro Nord (il 18% degli occupati) e 1,1 milioni al Sud vale a dire il 34,3% degli occupati. E, dramma nel dramma, c’è poi l’annosa questione del lavoro femminile che sempre al Sud è nettamente penalizzato rispetto al resto del Paese. Se nel Sud il tasso di occupazione femminile fosse uguale a quello del Centro-Nord, nel Mezzogiorno l’occupazione femminile aumenterebbe di ben 1, milioni. In Italia sono circa 4 milioni, di cui 1,8 milioni al Sud, le donne più o meno vicine al mercato del lavoro ma che non vengono impiegate e al Sud soltanto la metà delle donne potenzialmente disponibili a lavorare trovano occupazione. E non andrà di certo meglio il prossimo anno. Anzi, le previsioni sono orientate al pessimismo. Il Pil in meridione si contrarrebbe fino al -0,4% mentre quello del Centro-Nord, pur rimanendo positivo a +0,8% segnerebbe comunque un forte rallentamento rispetto a quest’anno.

Sempre più poveri. E sempre più poveri al Sud. La forbice delle disuguaglianze territoriali si sta riaprendo in maniera quasi drammatica. La scure dei rincari energetici e alimentari sta mietendo altre vittime. E parte dell’Italia rischia di diventare una polveriera sociale. La crisi pare destinata ad aumentare dell’1% – vale a dire 760 mila nuovi casi pari a 287 mila famiglie – il numero degli indigenti assoluti in Italia che raggiungeranno l’8,6% della popolazione. Un dato drammatico – contenuto nel Rapporto Svimez presentato ieri alla Camera e giunto alla sua 49esima edizione – ingenerato dall’impennata delle bollette e degli alimentari. Senza i provvedimenti tampone (blocco dei licenziamenti, ammortizzatori sociali in deroga fino al Rem e Reddito di cittadinanza) varati dal governo durante la pandemia l’onda lunga della recessione sarebbe stata più devastante. Senza questi provvedimenti – cita il Rapporto – le famiglie povere sarebbero state quasi 2,5 milioni quasi 450 mila in più ai 2 milioni circa del 2020, cui corrispondono oltre un milione di persine in meno in povertà assoluta. E a pagare una volta di più è il Sud. L’1% di nuovi poveri è infatti disomogeneo: +2,8% al Sud contro lo 0,3 del Nord e lo 0,4% del Centro Italia. Secondo il report la causa principale è da imputare dalla presenza in meridione di famiglie più numerose e con minori a carico. A subire maggiormente l’aumento delle spese sono le famiglie a reddito più basso. La lievitazione incontrollata dei cosiddetti costi incomprimibili, bollette e generi di prima necessità, arriva a coprire anche al 70% dei consumi totali. E di nuovo si tratta di nuclei familiari presenti maggiormente al Sud. Sempre nel Meridione d’Italia, la ripresa dell’occupazione in questi ultimi anni è stata – complice la precarietà – di qualità bassa. Qui, appunto, i lavoratori sono più precari che altrove e lo sono più a lungo e anche il tasso di occupazione ha numeri sempre a sfavore del Sud rispetto al resto del Paese. Dati inclementi sotto tutti i punti di vista che inchioderanno il governo a moltiplicare l’impegno su questo fronte. Un fronte che potrebbe mettere in serio pericolo la tenuta sociale. L’aumento dei prezzi delle bollette per gas ed energia elettrica significa un aumento in bolletta annuale d r42,9 miliardi di euro per le imprese industriali italiane; il 20% circa (8,2 miliardi) grava sull’industria del Mezzogiorno il cui contributo al valore aggiunti industriale dell’Italia è però inferiore al 10%. Secondo il Rapporto, “gli effetti territorialmente asimmetrici della crisi energetica intervenuta nel corso dell0’anno, penalizzando soprattutto famiglie e imprese meridionali, dovrebbe riaprire la forbice di crescita del Pil tra Nord e Sud”. Tornando alla questione del lavoro, spicca il dato secondo cui n Italia, nel 2021, la quota dei lavoratori dipendenti impegnati in lavori a termine da almeno 5 anni (che include quelli con contratto a tempo determinato e i collaboratori) si è attestata al 17,5% del totale dei lavoratori a termine. E ovviamente anche il tema della precarietà che dura di più non è omogeno: nelle Regioni del Sud si raggiunge il valore massimo di quasi un lavoratore su r4(23,8% ma in calo rispetto al 2p020), quasi 11 punti in più ella quota che si registra al Nord (13%) e superiore di oltre 7 punti a quella del Centro. Questo significa che chi è precario, soprattutto al Sud, farà più fatica a uscire dalla precarietà. Un dato su tuti: nel 2020 la quota di occupati precari (a termine e collaboratori) che a distanza di un anno trovano un’occupazione stabile era nel Mezzogiorno particolarmente bassa, pari al 15,8% contro il 22,4% a livello nazionale e addirittura il 26,9% al Nord. E c’è poi il dramma del lavoro povero. Nel 2021 gli occupati dipendenti extra-agricoli privati con bassa retribuzione (inferiore a 10.700 euro annuali sono 3,2 milioni di cui 2,1 milioni al Centro Nord (il 18% degli occupati) e 1,1 milioni al Sud vale a dire il 34,3% degli occupati. E, dramma nel dramma, c’è poi l’annosa questione del lavoro femminile che sempre al Sud è nettamente penalizzato rispetto al resto del Paese. Se nel Sud il tasso di occupazione femminile fosse uguale a quello del Centro-Nord, nel Mezzogiorno l’occupazione femminile aumenterebbe di ben 1, milioni. In Italia sono circa 4 milioni, di cui 1,8 milioni al Sud, le donne più o meno vicine al mercato del lavoro ma che non vengono impiegate e al Sud soltanto la metà delle donne potenzialmente disponibili a lavorare trovano occupazione. E non andrà di certo meglio il prossimo anno. Anzi, le previsioni sono orientate al pessimismo. Il Pil in meridione si contrarrebbe fino al -0,4% mentre quello del Centro-Nord, pur rimanendo positivo a +0,8% segnerebbe comunque un forte rallentamento rispetto a quest’anno.

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