Siamo tutti da Tso?

Si guarda la prima puntata facendo programmi per il dopo. Ma poi si è tentati a vedere la seconda, poi avanti così, fino alla fine. E il pomeriggio se ne è andato. Ma ne è valsa la pena. Tutto chiede salvezza, non solo ti salva un pomeriggio che vola. Ti fa salire il groppo in gola dopo un minuto esatto dall’inizio e ti inietta immediatamente un quesito fin da subito e che ti accompagna fino alla fine senza mollarti un secondo: “siamo tutti da TSO?”. E tutta la gente che conosciamo è da TSO? No, chiaro, ma tutti, chi più, chi meno, chiediamo salvezza. E il livello di parità che narrazione e regia offrono a chi guarda nei confronti della malattia mentale e di coloro che la vivono o la trattano, è resa in modo tale che viene voglia di dire grazie alla fine della serie, anche solo per averci fatto capire quanto quella salvezza sia esigibile da tutti. A partire da chi può contribuire a regalarne un pezzo. E per quanto questa possa sembrare scontato, il tema tocca un quesito piuttosto profondo: è più difficile guarire da una malattia mentale o ammettere di esserne vittima?
Daniele e Nina, due ragazzi costretti a vivere per una settimana in un’ospedale psichiatrico per ritrovare loro stessi, raccontano questo. Rigettati dal loro mondo, in cerca di riprendere i contatti. In un periodo davvero molto breve. Un arco temporale maggiore avrebbe trasformato un capolavoro in un mattone.
Il protagonista si risveglia in un ospedale psichiatrico e lì capisce di essere stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, o TSO, della durata di 7 giorni. Inizialmente non capisce il perché del suo ricovero, ma momento dopo momento col riaffiorare dei ricordi, compreso l’episodio di violenza in cui è culminato il suo comportamento oppositivo, tutti i pezzi del puzzle si ricompongono. Giorno dopo giorno Daniele si mette in relazione con i suoi compagni di stanza, cinque anime interrotte come lui con un vissuto ed una maturità differenti, uniti dalla stessa difficoltà di stare al mondo. E quel passaggio imposto che sembrava essere una punizione diventa una possibilità di ammettere a se stesso e agli altri le proprie fragilità e il proprio senso di inadeguatezza. Tra gli ingredienti il rapporto speciale con una giovane degente che ha cercato di togliersi la vita.
Il tutto viene trattato per come è. Un cammino verso la salvezza. Cammino che potrebbe percorrere chiunque. Una settimana che avrebbe fatto bene a molti, se solo avessero avuto attorno persone consapevoli.
Perché ci sono quelli che a seguito di un trauma, per una situazione di evidente disagio, o a cui proprio il cervello non va ed è chiaro a tutti, ed è un conto. Ma tra la persona equilibrata e quelli che prima del politically correct venivano definiti “da rinchiudere”, c’è una giungla, nella quale siamo appesi a una liana emotiva tutti noi, che ritiene più facile passarci sopra, scavando ferite nell’anima, o mettendo sotto pressione certe pentole che prima o poi esplodono. E dico pentole perché la delicatezza con la quale il tema è affrontato non cerca il clamore delle bombe.
Tutto chiede salvezza è un regalo che una serie fa a un genere. Quello umano. Che è sempre più esposto al rischio disumanità. Quello che ti dice che il turbamento è frutto del tuo atteggiamento, chi ti sventola la Legge dell’Attrazione come fosse la cura per tutti i mali e chi ti ti dice che sta tutto nella tua testa. Come se la testa fosse un contenitore a caso.
Da lì in giù, da quella follia da battere la testa nei muri alla “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, a noi definibili esseri sociali c’è un motivo per rinchiudere ognuno di noi. Perché viviamo di ambizioni non sempre realizzate, perché per dormire prendiamo le gocce, c’è chi non dorme manco con quelle e la notte la passa così, chi va avanti nonostante una vita apparentemente perfetta si sente prigioniero di una cornice che gli va stretta, poi un giorno sbrocchi, un giorno no ma poi si arriva alla conclusione che sì, siamo tutti da TSO. La fine della serie che invita a rivolgersi agli specialisti è il miglior libretto di istruzioni per comprenderne il senso.
A meno che uno non voglia seguire l’imput di che Battiato lo scriveva a chiare lettere: “non servono tranquillanti o terapia, serve un’altra vita”. Ma il coraggio di un’altra vita chi lo ha? E un’altra vita durante questa è davvero possibile? Non dite basta volerlo, perché non è così. O meglio, non basta. Anche se aiuta.

Si guarda la prima puntata facendo programmi per il dopo. Ma poi si è tentati a vedere la seconda, poi avanti così, fino alla fine. E il pomeriggio se ne è andato. Ma ne è valsa la pena. Tutto chiede salvezza, non solo ti salva un pomeriggio che vola. Ti fa salire il groppo in gola dopo un minuto esatto dall’inizio e ti inietta immediatamente un quesito fin da subito e che ti accompagna fino alla fine senza mollarti un secondo: “siamo tutti da TSO?”. E tutta la gente che conosciamo è da TSO? No, chiaro, ma tutti, chi più, chi meno, chiediamo salvezza. E il livello di parità che narrazione e regia offrono a chi guarda nei confronti della malattia mentale e di coloro che la vivono o la trattano, è resa in modo tale che viene voglia di dire grazie alla fine della serie, anche solo per averci fatto capire quanto quella salvezza sia esigibile da tutti. A partire da chi può contribuire a regalarne un pezzo. E per quanto questa possa sembrare scontato, il tema tocca un quesito piuttosto profondo: è più difficile guarire da una malattia mentale o ammettere di esserne vittima?
Daniele e Nina, due ragazzi costretti a vivere per una settimana in un’ospedale psichiatrico per ritrovare loro stessi, raccontano questo. Rigettati dal loro mondo, in cerca di riprendere i contatti. In un periodo davvero molto breve. Un arco temporale maggiore avrebbe trasformato un capolavoro in un mattone.
Il protagonista si risveglia in un ospedale psichiatrico e lì capisce di essere stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, o TSO, della durata di 7 giorni. Inizialmente non capisce il perché del suo ricovero, ma momento dopo momento col riaffiorare dei ricordi, compreso l’episodio di violenza in cui è culminato il suo comportamento oppositivo, tutti i pezzi del puzzle si ricompongono. Giorno dopo giorno Daniele si mette in relazione con i suoi compagni di stanza, cinque anime interrotte come lui con un vissuto ed una maturità differenti, uniti dalla stessa difficoltà di stare al mondo. E quel passaggio imposto che sembrava essere una punizione diventa una possibilità di ammettere a se stesso e agli altri le proprie fragilità e il proprio senso di inadeguatezza. Tra gli ingredienti il rapporto speciale con una giovane degente che ha cercato di togliersi la vita.
Il tutto viene trattato per come è. Un cammino verso la salvezza. Cammino che potrebbe percorrere chiunque. Una settimana che avrebbe fatto bene a molti, se solo avessero avuto attorno persone consapevoli.
Perché ci sono quelli che a seguito di un trauma, per una situazione di evidente disagio, o a cui proprio il cervello non va ed è chiaro a tutti, ed è un conto. Ma tra la persona equilibrata e quelli che prima del politically correct venivano definiti “da rinchiudere”, c’è una giungla, nella quale siamo appesi a una liana emotiva tutti noi, che ritiene più facile passarci sopra, scavando ferite nell’anima, o mettendo sotto pressione certe pentole che prima o poi esplodono. E dico pentole perché la delicatezza con la quale il tema è affrontato non cerca il clamore delle bombe.
Tutto chiede salvezza è un regalo che una serie fa a un genere. Quello umano. Che è sempre più esposto al rischio disumanità. Quello che ti dice che il turbamento è frutto del tuo atteggiamento, chi ti sventola la Legge dell’Attrazione come fosse la cura per tutti i mali e chi ti ti dice che sta tutto nella tua testa. Come se la testa fosse un contenitore a caso.
Da lì in giù, da quella follia da battere la testa nei muri alla “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, a noi definibili esseri sociali c’è un motivo per rinchiudere ognuno di noi. Perché viviamo di ambizioni non sempre realizzate, perché per dormire prendiamo le gocce, c’è chi non dorme manco con quelle e la notte la passa così, chi va avanti nonostante una vita apparentemente perfetta si sente prigioniero di una cornice che gli va stretta, poi un giorno sbrocchi, un giorno no ma poi si arriva alla conclusione che sì, siamo tutti da TSO. La fine della serie che invita a rivolgersi agli specialisti è il miglior libretto di istruzioni per comprenderne il senso.
A meno che uno non voglia seguire l’imput di che Battiato lo scriveva a chiare lettere: “non servono tranquillanti o terapia, serve un’altra vita”. Ma il coraggio di un’altra vita chi lo ha? E un’altra vita durante questa è davvero possibile? Non dite basta volerlo, perché non è così. O meglio, non basta. Anche se aiuta.

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