Sorpresa il partito del Nord

“Una borgatara romana si prende il Nord con Fratelli d’Italia che nel Veneto registra il suo risultato migliore con il 32,5%. Ma lei durante la campagna elettorale ha saputo con bravura legittimarsi come partito nordista. Ma su di lei e FdI c’è un grande punto interrogativo”.

Il trevigiano Paolo Feltrin è un politologo tra i più ascoltati quando si parla di Nordest. Docente di scienza dell’amministrazione e analisi delle politiche pubbliche all’Università di Trieste, ha le idee chiare sulla travolgente affermazione di Giorgia Meloni.

“È evidente che alla fedeltà ai partiti dei decenni trascorsi si è sostituita la moda di cambiare voto a ogni elezione. Prendiamo il Veneto: alle europee del ’14 ha avuto come primo partito il Pd di Renzi, prima Forza Italia, poi la Lega e il M5S, adesso la Meloni”.

Questo segno di volubilità del corpo elettorale come lo interpreta?
“C’è grande disagio sociale e le elezioni ogni volta lo segnalano, però il disagio pretende sempre soluzioni in apparenza impossibili, perciò chiunque va a governare si trova a confrontarsi con problemi del tutto diversi da quelli segnalati in campagna elettorale. La mia previsione è che capiterà anche alla Meloni”.

È un elettorato impaziente di soluzioni nel momento in cui il governo non vi fa fronte si cambia cavallo…
“Si cambia cavallo in continuazione perché non costa molto. Tutti avvertono che cambiare voto non è particolarmente pericoloso”.

È un segno di maturità per la democrazia.
“C’è l’idea che le elezioni sono importanti sì, ma sono il miglior sondaggio delle opinioni popolari più che a servire per scegliere i governanti. C’è l’idea che anche se sbaglio a votare e lo faccio solo per lanciare un messaggio c’è qualcuno che vi pone rimedio. C’è il correttivo”.

Certo, nella persona del Capo dello Stato
“Appunto che nomina di volta in volta Ciampi, Dini, Monti, Draghi, è come se la gente si fosse abituata al voto in libertà, tanto gravi danni non causa perché c’è sempre il presidente della Repubblica che interviene se le cose si mettono male. Non a caso egli è sempre in cima ai consensi degli italiani. E’ il correttore degli errori”.

A proposto di errori quale non dovrebbe commettere Meloni per non perdere il consenso?
“Meloni lo dice poi bisogna dire se lo fa. Quando parla del governo dei competenti, questa è una frase ad effetto che vuol dire tutto e niente”.

Che suggerimento le darebbe?
“Ad esempio le direi tieni Franco all’Economia, che tra l’altro è bellunese. Ed è un grande conoscitore della macchina ministeriale, piuttosto che affidarsi a un neofita. Oltre ad essere una garanzia internazionale. Non solo…”.

Cioè?
“Ad esempio se Mattarella dovesse dimettersi la Meloni dovrebbe gradire Draghi alla presidenza della Repubblica, e provare a dare l’idea di anticipare un eventuale governo dei tecnici se lei fallisse”.

Il rischio di fallimento della Meloni è insisto nel rapporto con la Lega, la grande sconfitta delle elezioni con il Pd.
“No, no è insito anche nella Meloni, cioè alla fine FdI arriva ad essere il partito col maggior numero dei voti e a designare il premier senza mai avere avuto grandi ruoli di governo. Devono stare attenti altrimenti finiscono come Renzi, Salvini e Grillo. Il consenso si brucia in breve tempo”.

Per confermarsi Partito del Nord la Meloni è attesa a una prova titanica.
“Altroché, perché deve rispondere a due esigenze totalmente diverse: deve tenere conto delle esigenze del Nord e del Centro-Sud che a volte divergono. E’ complicatissimo”

Che fine fa la spinta autonomista?
“Il fatto che il Veneto e il Friuli, ma anche la Lombardia, abbiano votato con le percentuali più alte la Meloni, per un certo periodo la mettono in secondo piano”.

Vuol dire che il Nord non crede più all’autonomia?
“Significa che ci sono altre priorità: bollette, energia, lavoro e inflazione. E su questo che si gioca il futuro anche di questa regione. Sono risposte che la gente attende in qualche mese”.

Sul fronte Lega che ottiene un risultato deludente nel profondo Nord. Qualcuno dice che è un consenso che potrebbe tornare.
“Non c’è dubbio perché nel ’95 la Lega raggiunse un consenso attorno al 35%, poi scese al 4% e risalì al 34% nel ’19 alle Europee, oggi scende sotto il 9%. Anche per la Lega il voto è volatile. A maggior ragione se Meloni non riesce a superare la prova da sforzo. Però la contraddizione fondamentale che la Lega deve risolvere, e che Salvini ha cercato di porvi rimedio senza riuscirci, pur se tutti adesso lo attaccano perché ha fatto errori clamorosi, è se è possibile il ruolo nazionale di un partito a vocazione territoriale?”

Non è domanda da poco.
“La risposta è no. E’ un nodo irrisolto da oltre quarant’anni. Non a caso domenica le elezioni hanno arriso a leader centro-meridionali”.

“Una borgatara romana si prende il Nord con Fratelli d’Italia che nel Veneto registra il suo risultato migliore con il 32,5%. Ma lei durante la campagna elettorale ha saputo con bravura legittimarsi come partito nordista. Ma su di lei e FdI c’è un grande punto interrogativo”.

Il trevigiano Paolo Feltrin è un politologo tra i più ascoltati quando si parla di Nordest. Docente di scienza dell’amministrazione e analisi delle politiche pubbliche all’Università di Trieste, ha le idee chiare sulla travolgente affermazione di Giorgia Meloni.

“È evidente che alla fedeltà ai partiti dei decenni trascorsi si è sostituita la moda di cambiare voto a ogni elezione. Prendiamo il Veneto: alle europee del ’14 ha avuto come primo partito il Pd di Renzi, prima Forza Italia, poi la Lega e il M5S, adesso la Meloni”.

Questo segno di volubilità del corpo elettorale come lo interpreta?
“C’è grande disagio sociale e le elezioni ogni volta lo segnalano, però il disagio pretende sempre soluzioni in apparenza impossibili, perciò chiunque va a governare si trova a confrontarsi con problemi del tutto diversi da quelli segnalati in campagna elettorale. La mia previsione è che capiterà anche alla Meloni”.

È un elettorato impaziente di soluzioni nel momento in cui il governo non vi fa fronte si cambia cavallo…
“Si cambia cavallo in continuazione perché non costa molto. Tutti avvertono che cambiare voto non è particolarmente pericoloso”.

È un segno di maturità per la democrazia.
“C’è l’idea che le elezioni sono importanti sì, ma sono il miglior sondaggio delle opinioni popolari più che a servire per scegliere i governanti. C’è l’idea che anche se sbaglio a votare e lo faccio solo per lanciare un messaggio c’è qualcuno che vi pone rimedio. C’è il correttivo”.

Certo, nella persona del Capo dello Stato
“Appunto che nomina di volta in volta Ciampi, Dini, Monti, Draghi, è come se la gente si fosse abituata al voto in libertà, tanto gravi danni non causa perché c’è sempre il presidente della Repubblica che interviene se le cose si mettono male. Non a caso egli è sempre in cima ai consensi degli italiani. E’ il correttore degli errori”.

A proposto di errori quale non dovrebbe commettere Meloni per non perdere il consenso?
“Meloni lo dice poi bisogna dire se lo fa. Quando parla del governo dei competenti, questa è una frase ad effetto che vuol dire tutto e niente”.

Che suggerimento le darebbe?
“Ad esempio le direi tieni Franco all’Economia, che tra l’altro è bellunese. Ed è un grande conoscitore della macchina ministeriale, piuttosto che affidarsi a un neofita. Oltre ad essere una garanzia internazionale. Non solo…”.

Cioè?
“Ad esempio se Mattarella dovesse dimettersi la Meloni dovrebbe gradire Draghi alla presidenza della Repubblica, e provare a dare l’idea di anticipare un eventuale governo dei tecnici se lei fallisse”.

Il rischio di fallimento della Meloni è insisto nel rapporto con la Lega, la grande sconfitta delle elezioni con il Pd.
“No, no è insito anche nella Meloni, cioè alla fine FdI arriva ad essere il partito col maggior numero dei voti e a designare il premier senza mai avere avuto grandi ruoli di governo. Devono stare attenti altrimenti finiscono come Renzi, Salvini e Grillo. Il consenso si brucia in breve tempo”.

Per confermarsi Partito del Nord la Meloni è attesa a una prova titanica.
“Altroché, perché deve rispondere a due esigenze totalmente diverse: deve tenere conto delle esigenze del Nord e del Centro-Sud che a volte divergono. E’ complicatissimo”

Che fine fa la spinta autonomista?
“Il fatto che il Veneto e il Friuli, ma anche la Lombardia, abbiano votato con le percentuali più alte la Meloni, per un certo periodo la mettono in secondo piano”.

Vuol dire che il Nord non crede più all’autonomia?
“Significa che ci sono altre priorità: bollette, energia, lavoro e inflazione. E su questo che si gioca il futuro anche di questa regione. Sono risposte che la gente attende in qualche mese”.

Sul fronte Lega che ottiene un risultato deludente nel profondo Nord. Qualcuno dice che è un consenso che potrebbe tornare.
“Non c’è dubbio perché nel ’95 la Lega raggiunse un consenso attorno al 35%, poi scese al 4% e risalì al 34% nel ’19 alle Europee, oggi scende sotto il 9%. Anche per la Lega il voto è volatile. A maggior ragione se Meloni non riesce a superare la prova da sforzo. Però la contraddizione fondamentale che la Lega deve risolvere, e che Salvini ha cercato di porvi rimedio senza riuscirci, pur se tutti adesso lo attaccano perché ha fatto errori clamorosi, è se è possibile il ruolo nazionale di un partito a vocazione territoriale?”

Non è domanda da poco.
“La risposta è no. E’ un nodo irrisolto da oltre quarant’anni. Non a caso domenica le elezioni hanno arriso a leader centro-meridionali”.

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