Studenti in crisi: perché la prevenzione psicologica è importante
The Lancet Psychiatry ha iniziato a pubblicare nel 2024 i risultati di una Commissione composta da quarantaquattro esperti mondiali che ha esaminato oltre cinquecentocinquanta studi peer-reviewed nel corso di un quinquennio. La salute mentale dei giovani tra i dodici e i venticinque anni è in un costante declino da almeno due decenni, con una netta accelerazione prodotta dalla pandemia da Covid-19 e dagli strascichi sia economici che sociali. La Commissione individua, poi, come fattori scatenanti quelli che vengono definiti “megatrend globali”: la precarietà economica strutturale, i social media non regolamentati, l’ansia climatica, l’erosione del tessuto comunitario e l’accesso troppo spesso insufficiente ai servizi psicologici.
A maggio dello scorso anno viene presentata all’Assemblea Mondiale della Sanità di Ginevra, la Seconda Commissione del Lancet sulla Salute degli Adolescenti. La stessa ha stimato che, oltre un miliardo di giovani tra i dieci e i ventiquattro anni sia a rischio di esiti negativi sulla salute entro il 2030. La Commissione ha inoltre ribadito che tre quarti dei disturbi mentali destinati a durare nel tempo insorgono prima dei ventiquattro anni. Investire in prevenzione psicologica durante l’adolescenza risulterebbe l’unica strategia efficace sul lungo periodo.
Studenti in crisi: il disagio è più diffuso di quanto si veda
Sul fronte italiano i dati Istat pubblicati il 9 aprile 2025 nel rapporto sul “Benessere Equo e Sostenibile” mostrano che l’indice di salute mentale nella fascia di età compresa tra i 14 e i 19 anni, misurato su una scala da 0 a 100, è risalito a 71,8 nel 2024 dopo il minimo di 70,3 toccato nel 2021, ma resta ancora al di sotto del valore pre-pandemico di 73,9 registrato nel 2020. La ripresa è parziale, discontinua e fortemente diseguale sul piano del genere: nel 2023 le ragazze registravano un indice di 67,4, quasi sette punti in meno rispetto ai coetanei maschi.
Il progetto “Mi vedete?”, condotto da Lundbeck Italia con la supervisione scientifica del professor Sergio De Filippis dell’Università La Sapienza di Roma, ha raccolto dati “qualiquantitativi” attraverso novantasei conversazioni antropologiche e sei workshop nelle scuole italiane. I risultati sono stati presentati alle istituzioni nel 2024. Il settantuno per cento degli studenti coinvolti ha dichiarato di provare disagio psicologico. Tra i genitori, solo il trentuno per cento riferisce di accorgersene. I docenti, al contrario, lo percepiscono nella quasi totalità dei casi, spesso in misura superiore a quanto i ragazzi stessi ammettano. Un blocco comunicativo che rivela quanto il disagio giovanile rimanga ancora largamente invisibile all’interno della famiglia.
Secondo i dati Censis-Consiglio Nazionale dei Giovani, il quarantanove per cento dei ragazzi italiani tra i diciotto e i venticinque anni ha dichiarato di aver sofferto di ansia o depressione. Secondo l’Ocse, in Italia oltre settecento mila under 25 convivono oggi con problemi di salute mentale conclamati, con ansia e depressione come condizioni più frequenti.
Cosa alimenta il disagio
La Commissione del Lancet individua un insieme di pressioni che agiscono in modo sinergico e continuo. La prima è la dimensione scolastica: il rendimento accademico si è trasformato in un indicatore identitario che non concede margine all’errore né alla pausa. La seconda è “l’ecosistema digitale”. I social media espongono continuamente i ragazzi ad un confronto perenne e ad una sovrastimolazione che genera uno stato di allerta cronico: il sistema nervoso – sempre sotto pressione – percepisce un pericolo anche quando non c’è. La terza dimensione è l’incertezza sul futuro: precarietà lavorativa, instabilità economica e crisi climatica si combinano in un’ansia anticipatoria che nel tempo diventa strutturale, normalizzandola. Secondo il rapporto State of Children in the European Union, circa l’otto per cento dei quindicenni-diciannovenni europei soffre di ansia clinicamente rilevante, il quattro per cento di depressione.
La scuola: il luogo dove nasce il problema
I dati del progetto “Mi vedete?” segnalano un ulteriore elemento di preoccupazione: studenti, genitori e insegnanti attribuiscono le cause del disagio a sfere diverse, in un rimbalzo di responsabilità che bloccano tempestivamente un possibile e doveroso intervento. Eppure la scuola rimane il luogo in cui il disagio si manifesta con maggiore evidenza e dove l’intercettazione precoce è più praticabile. L’Ocse rileva che gli studenti con difficoltà psicologiche hanno in media il venticinque per cento di probabilità in più di ripetere un anno scolastico. Il disagio non curato è dunque anche una questione anche di equità educativa. Intervenire nelle scuole con risorse stabili e continuative non è un accessorio del sistema educativo: secondo la Commissione del Lancet, è una precondizione per il suo ottimale funzionamento.
Riconoscere per non normalizzare
Il rischio più grave non è l’ansia in sé, ma l’accettazione e la sua normalizzazione silenziosa. Quando il disagio psicologico smette di essere riconosciuto come tale – perché diviene una norma statistica – si apre un vuoto di cura con conseguenze durature sulla salute adulta, sulle relazioni e sulla capacità di progettare il proprio futuro. Spetta quindi alle famiglie, alle scuole e alle istituzioni tradurre i dati ed i numeri elaborati in risposte e soprattutto in cure.
Torna alle notizie in home