La crisi antropologica delle democrazie
In questa epoca di guerre, con le diplomazie messe a tacere dalla prepotenza del più forte, i continui moniti di Papa Leone XIV, così come i suoi continui appelli, risuonano nelle coscienze di credenti e non e inchiodano alle proprie responsabilità i fautori della legge della giungla. Gli agenti del caos agiscono sempre per il proprio tornaconto, si sa. Ma ciò che lasciano – il caos, appunto – è una ferita per l’umanità, che troppo spesso si rivela poco umana.
Quando il Pontefice afferma che la comune umanità e la qualità delle relazioni rappresentano l’antidoto alle polarizzazioni del nostro tempo, non ci fa semplicemente la predica. Ci indica piuttosto una via concreta per uscire da una crisi che è anzitutto antropologica. Viviamo infatti in un mondo multipolare nel quale la frammentazione degli equilibri internazionali si accompagna alla crescita delle prepotenze. Le grandi potenze agiscono unilateralmente, perché gli organismi multilaterali – a partire dalle Nazioni Unite – hanno perso autorevolezza, mentre nelle democrazie si allarga la distanza tra cittadini, istituzioni e quelli che una volta si chiamavano corpi intermedi. In un quadro simile l’andazzo dominante è quello di ridurre l’altro a un avversario da sconfiggere o a un ostacolo da aggirare. Leone XIV pertanto richiama la “comune umanità” come elemento che unisce oltre le differenze.
Non si tratta di negare il pluralismo, ma di fondarlo su qualcosa di più solido degli interessi momentanei e di più lungimirante della dicotomia Occidente/nemici dell’Occidente. Se viene meno la consapevolezza della dignità intrinseca di ogni persona, il confronto degenera inevitabilmente in scontro e la politica si riduce a mera gestione dei rapporti di forza. Altro concetto basilare spesso travisato, la libertà, che oggi viene spesso identificata con l’assenza di limiti o con l’affermazione individuale. Papa Prevost invece ci ricorda che siamo davvero liberi quando siamo capaci di aprirci agli altri e di costruire legami. Una libertà che non divide ma connette, che non alimenta l’egoismo ma il bene comune. Da qui nasce il valore del dialogo inteso come confronto fondato sulla verità e sul riconoscimento reciproco.
È questa la condizione per una convivenza pacifica in società sempre più diverse e interdipendenti. Secondo il Pontefice, le guerre nascono quando l’umanità dell’altro scompare dall’orizzonte. Così come le polarizzazioni si acuiscono quando le relazioni si spezzano. In un tempo segnato da paure e rivalità e dalla crisi delle democrazie, la riscoperta dell’umano è una necessità civile oltre che morale. E deve essere un obiettivo politico.
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