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Cultura & Spettacolo

Studenti “presenti assenti”: la dispersione invisibile

Negli ultimi anni indicatori ufficiali con progressi rispetto al passato ma nei numeri — e per i limiti del sistema di monitoraggio — un quadro ancora fragile e problematico

di Angelo Vitale -


In Italia, una questione educativa che ha implicazioni profonde sul futuro economico e sociale del Paese: una dispersione scolastica “invisibile” nelle scuole secondarie superiori.

Negli ultimi anni indicatori ufficiali con progressi rispetto al passato ma nei numeri — e per i limiti del sistema di monitoraggio — un quadro ancora fragile e problematico. Divari territoriali accentuati e competenze di base insufficienti in larga parte dei giovani. Uno scenario che solleva interrogativi sul reale successo formativo dei percorsi superiori.

La dispersione scolastica “invisibile”

Secondo Istat, nel 2024 la quota di giovani tra i 18 e i 24 anni che ha abbandonato prematuramente gli studi (gli early leavers) si è attestata al 9,8%, in calo rispetto agli anni precedenti e in linea con gli obiettivi Ue fissati sotto il 9% entro il 2030. Ancora significativa, però, in termini assoluti e con marcate disuguaglianze geografiche. Al Sud supera il 12%, al Nord e al Centro rimane sotto il 9%.

E’ la dispersione esplicita: giovani che lasciano il sistema educativo senza completare l’istruzione secondaria superiore o senza proseguire in formazione. Ma esiste anche la dispersione implicita. Studenti che si diplomano ma con competenze minime insufficienti, un fenomeno documentato dalle prove nazionali dell’Invalsi che misurano gli apprendimenti al termine degli studi. Sempre nel 2024 la quota di studenti che non raggiunge livelli di competenza considerati “minimi accettabili” si attestava al 6,6%, con valori più alti in Campania e Sardegna (10%).

I numeri, solo una parte del fenomeno

Analogo quadro dall’audizione Istat del 7 ottobre scorso davanti alla Commissione permanente del Parlamento: circa l’8,7% degli studenti dell’ultimo anno delle superiori rientra nella definizione di dispersione implicita. Insomma, molti diplomati non acquisiscono competenze funzionali di base, con impatti diretti sulla loro capacità di inserimento nel lavoro e di partecipazione alla vita sociale.

Un quadro numerico che è però solo una parte della diagnosi. Non esiste un sistema nazionale ufficiale e trasparente di monitoraggio delle frequenze reali nelle scuole superiori. Le rilevazioni Istat e Eurostat, concentrate su abbandoni e livelli di competenza. Non registrano quante ore o giorni effettivi uno studente frequenta le lezioni in una settimana o in un mese.

Cosa che traccerebbe fenomeni nascosti come assenze ricorrenti o frequenze parziali, difficilmente intercettabili dai dati aggregati. Un “buco” nel monitoraggio nazionale: fenomeni osservati in singoli istituti o territori rischiano di rimanere invisibili a livello statistico, pur avendo impatti educativi concreti.

Le misure del ministero

Sul fronte delle politiche pubbliche, il ministero dell’Istruzione e del Merito ha investito risorse per contrastare la dispersione scolastica, anche grazie al Pnrr. Nel giugno scorso, 500 milioni di euro sulla base del tasso di uscita precoce dal sistema educativo nella fascia 18‑24 anni e dei livelli di fragilità di apprendimento rilevati da Invalsi. Messi in campo pure percorsi di tutoraggio, orientamento e supporto personalizzato, soprattutto nei territori più critici.

Manca un monitoraggio continuo

Malgrado questi investimenti, un problema di trasparenza e granularità dei dati. La scuola italiana non pubblica statistiche dettagliate e comparabili sulla frequenza reale degli studenti delle superiori (presenze/assenze con cadenza settimanale), né un sistema di indicatori integrato che permetta di tracciare i primi segnali di difficoltà prima che un ragazzo formalmente abbandoni il percorso educativo. Anche qui conta la frammentazione delle competenze.

La raccolta di registri e dati quotidiani, demandata alle singole istituzioni scolastiche con i registri elettronici, però non sistematicamente aggregati. La loro integrazione e analisi su scala regionale o nazionale richiederebbe strumenti statistici e infrastrutture dati allo stato assenti.

Una lacuna di monitoraggio significativa, perché non basta misurare quanti lasciano la scuola interamente. Serve capire come e perché si verificano difficoltà di partecipazione e apprendimento nelle superiori.

Il rischio di spostare il problema più avanti

E dove l’età, la complessità del percorso e le sfide socioeconomiche dei territori incidono in modo diretto. Senza indicatori tempestivi e comparabili, molte situazioni di rischio restano invisibili fino a quando non si traducono in risultati negativi agli esami o in esiti di abbandono. Ormai, quando le opportunità formative sono compromesse.

Il miglioramento degli indicatori nazionali non deve quindi far abbassare la guardia. Perché l’Italia rischia di spostare il problema più avanti nel tempo, trasformando la dispersione formativa in una questione di competenze insufficienti piuttosto che di abbandoni formali.

Servono strumenti più evoluti

Per affrontare questa sfida servono strumenti decisamente più evoluti. Sistemi di early warning, “avvisi precoci” basati sull’analisi di frequenze, competenze di base, comportamenti scolastici e contesti territoriali. E poi piattaforme di condivisione dati tra scuole e istituzioni, processi di analisi comparabile che possano rendere pubblici gli indicatori granulari utili per interventi mirati.

Una soluzione per non limitarsi a misurare l’uscita precoce dal sistema scolastico. E per comprendere le dinamiche che portano a questo abbandono per tempo nelle scuole superiori. Prima che la dispersione esplicita diventi la “cifra” di una generazione.


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