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Terra dei Fuochi, confisca da oltre 200 milioni per i fratelli Pellini

di Claudia Mari -


Il Tribunale di Napoli ha disposto la confisca di beni per un valore complessivo di oltre 204 milioni di euro nei confronti degli imprenditori Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini, attivi nel settore del recupero, smaltimento e riciclaggio di rifiuti urbani e industriali. Il provvedimento rappresenta l’ultimo capitolo di un lungo iter giudiziario avviato nel 2017.

L’operazione è stata eseguita dal Gico del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli, che ha posto sotto sequestro un vasto patrimonio. Otto società con sedi tra Napoli, Frosinone e Roma. 224 immobili distribuiti tra le province di Napoli, Salerno, Caserta, Cosenza, Latina e Frosinone. 75 terreni; 70 rapporti finanziari; 72 autovetture, oltre a tre imbarcazioni e due elicotteri.

Secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia partenopea, parte delle ricchezze accumulate dai Pellini sarebbe riconducibile al traffico illecito di rifiuti nella cosiddetta Terra dei Fuochi, area già al centro di numerose inchieste per gravi reati ambientali. I tre imprenditori sono stati infatti condannati in via definitiva per disastro ambientale.

I precedenti e la confisca ai fratelli Pellini

Il percorso giudiziario è stato complesso. Una prima confisca era stata disposta nel 2019 e successivamente confermata in appello nel 2023. Tuttavia, nell’aprile 2024, la Corte di Cassazione aveva annullato il provvedimento per vizi formali, ordinando la restituzione dei beni. La Procura di Napoli, ritenendo ancora sussistenti i presupposti della misura di prevenzione, ha quindi avviato una nuova e approfondita ricognizione patrimoniale, estendendo le verifiche anche ai nuclei familiari.

Nel maggio 2024 la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale ha disposto un nuovo sequestro. Con decreto depositato il 19 febbraio 2026, al termine dell’istruttoria camerale, è stata infine pronunciata la confisca definitiva. I giudici hanno ribadito la sussistenza di una “pericolosità qualificata” e di una marcata sproporzione tra il patrimonio accumulato nel tempo e i redditi leciti dichiarati, ritenendo non idonee le giustificazioni fornite dalla difesa circa la provenienza delle risorse impiegate.


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