Torino, iniziato il processo d’appello pere i fatti di Piazza San Carlo

In aula anche l'ex sindaco grillino Chiara Appendino, che è una degli imputati

E’ cominciato stamattina, a Torino, il processo di appello per i fatti di piazza San Carlo del 3 giugno 2017, quando la folla che stava assistendo alla finale di Champions league tra Juventus e Real Madrid (i presenti, assiepati sotto ad un maxischermo si stima fossero 30 mila), scatenata dal panico provocò la morte di due donne e il ferimento di 1600 persone.

In aula c’è anche l’ex sindaco del capoluogo piemontese, la grillina Chiara Appendino, che in primo grado era stata condannata a 18 mesi per omicidio colposo e lesioni con rito abbreviato.

Condanna analoga era stata pronunciata in capo a Paolo Giordana (ex capo di gabinetto del primo cittadino), all’allora questore Angelo Sanna, all’ex presidente di Turisano Torino Maurizio Montagnese e ad Enrico Bertoletti, che si era occupato della progettazione dell’evento.

Sui fatti in questione nei mesi scorsi i giudici si erano già pronunciati con sentenza a conclusione di un primo processo, che ha condannato tre degli imputati assolvendone altri sei. Secondo il pm in primo piano ci sono state le tante carenze nella preparazione della serata, elementi questi recepiti anche dai giudici: nelle motivazioni, pubblicate a fine maggio, si fa riferimento infatti a “programmazione lacunosa” e a “gestione poco lucida e superficiale” dell’emergenza. Non sono però state accolte tutte le tesi della pubblica accusa (in particolare quelle secondo cui era stata fatta arrivare in piazza troppa gente e l’evento doveva essere annullato): “Va escluso – si legge infatti nelle motivazioni della sentenza – che avere consentito la proiezione della partita o non averla impedita abbia una rilevanza causale sul disastro”. I giudici in particolare – ricorda La Stampa – hanno individuato due problemi: la presenza del vetro dovuta alle tante bottiglie di alcolici che stavano circolando e “il difetto di qualsiasi attività da svolgere” per informare e gestire la folla in caso di un’emergenza come “un crimine” o “un attacco terroristico”.

Resta ora da vedere, nel prosieguo del dibattimento iniziato oggi, se e come questi elementi influiranno sulla decisione dei giudici.

E’ cominciato stamattina, a Torino, il processo di appello per i fatti di piazza San Carlo del 3 giugno 2017, quando la folla che stava assistendo alla finale di Champions league tra Juventus e Real Madrid (i presenti, assiepati sotto ad un maxischermo si stima fossero 30 mila), scatenata dal panico provocò la morte di due donne e il ferimento di 1600 persone.

In aula c’è anche l’ex sindaco del capoluogo piemontese, la grillina Chiara Appendino, che in primo grado era stata condannata a 18 mesi per omicidio colposo e lesioni con rito abbreviato.

Condanna analoga era stata pronunciata in capo a Paolo Giordana (ex capo di gabinetto del primo cittadino), all’allora questore Angelo Sanna, all’ex presidente di Turisano Torino Maurizio Montagnese e ad Enrico Bertoletti, che si era occupato della progettazione dell’evento.

Sui fatti in questione nei mesi scorsi i giudici si erano già pronunciati con sentenza a conclusione di un primo processo, che ha condannato tre degli imputati assolvendone altri sei. Secondo il pm in primo piano ci sono state le tante carenze nella preparazione della serata, elementi questi recepiti anche dai giudici: nelle motivazioni, pubblicate a fine maggio, si fa riferimento infatti a “programmazione lacunosa” e a “gestione poco lucida e superficiale” dell’emergenza. Non sono però state accolte tutte le tesi della pubblica accusa (in particolare quelle secondo cui era stata fatta arrivare in piazza troppa gente e l’evento doveva essere annullato): “Va escluso – si legge infatti nelle motivazioni della sentenza – che avere consentito la proiezione della partita o non averla impedita abbia una rilevanza causale sul disastro”. I giudici in particolare – ricorda La Stampa – hanno individuato due problemi: la presenza del vetro dovuta alle tante bottiglie di alcolici che stavano circolando e “il difetto di qualsiasi attività da svolgere” per informare e gestire la folla in caso di un’emergenza come “un crimine” o “un attacco terroristico”.

Resta ora da vedere, nel prosieguo del dibattimento iniziato oggi, se e come questi elementi influiranno sulla decisione dei giudici.

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