Tra i sentieri della zona franca è la casa il peccato originale

Il parroco, don Stefano: “Un tempo qui si favoleggiava della Tiburtina Valley Ora restano slot machine, concessionarie di auto e moto e tanta disperazione”

Continua il reportage sul quartiere San Basilio: quali possibilità di riscatto a desolazione, devianza e abbandono urbanistico?E allora, da dove si riparte se la parola “sicurezza” la vedi strombazzare solo negli altisonanti nomignoli attribuiti alle operazioni investigative ufficiali dei carabinieri? Da dove si riparte se i servizi latitano, se il pubblico è letteralmente fagocitato da un “privato” delinquenziale e clanico, e prevale il grigio della desolazione e di un assetto urbanistico praticamente folle? Fuori e dentro la metafora, si riparte dai colori. Come fece anni fa Simone Pallotta col suo SANBA, un progetto di Art Pubblica contemporanea ideato e curato da questo intraprendente manager culturale romano di origine con il gruppo di lavoro dell’Associazione WALLS. “Partito nella sua fase esplorativa al termine del 2013 il progetto si è interrotto a metà del 2015 per mancanza di fondi. L’obiettivo, non raggiunto, era la creazione di una economia circolare che dalla creatività potesse giungere ad una crescita professionale di ragazzi cresciuti nel quartiere, stimolando attraverso bandi e finanziamenti privati la nascita di piccole realtà produttive connesse al progetto artistico. Le dieci opere realizzate in due anni sono state il volano per attirare l’attenzione della città su di un territorio abbandonato e marginalizzato, la punta dell’iceberg di un progetto che mirava al coinvolgimento attivo dei diversi attori del territorio con un’attenzione a tutte le fasce di età”.Che succede poi? Succede – come ricorda amaramente al telefono Simone, ormai sradicato da Roma e catapultato professionalmente in quel di Milano – che ogni tentativo di ottenere nuove erogazioni dal Comune fallisce, una ragnatela di interventi pedagogici e ricostruttivi del tessuto sociale e relazionale viene lacerata all’improvviso e lasciata coi filamenti appesi. Nel frattempo, pitturare le pareti cieche di un palazzo diventa una moda, che tende a “musealizzare” un quartiere: la gente magari ci passa occasionalmente come turista, in una sorta di pellegrinaggio pedonale, di vojeurismo graffitaro, e nulla più. La miseria e i fortissimi conflitti sociali che fanno da cornice al “quadro” diventano forma retorica, sentiero interrotto. Simone va via e in una vasta piazza a raggiera nel centro di San Basilio ancora ci sono trompe l’oeil enormi icone di animali, come uno zoo variopinto di vernice e cemento, ma quei lupi, quelle anatre, quei felini così ritratti ora risultano solo spettri stinti e inquietanti di un ennesimo tentativo di disancorare San Basilio dalla tetraggine dell’isolamento.“Che facciamo ogni giorno? Si lotta. La casa è il peccato originale di San Basilio. Che lo ha reso nel tempo un vero e proprio ghetto, una zona franca, un’enclave appannaggio di forze negative che controllano il territorio. Le case vengono occupate, segno di una cronica cattiva gestione pluridecennale della questione abitativa. Ma è la pesantezza della vita, la mancanza di lavoro che mi preoccupa. Qui ci sono tante famiglie ottime, ma è l’offerta di lavoro che è scarsa, spesso si è sottopagati, sotto la minima soglia di sopravvivenza, anche se tanti anni fa, paradossalmente, si parlava della Tiburtina Valley, con tantissime fabbriche importanti, capannoni industriali, marchi di livello internazionale, sostituiti oggi da slot machine e al massimo concessionari di auto e moto”. Come fai a bloccare la dolcezza risoluta di don Stefano Sparapani, parroco della chiesa di San Basilio, quando ti spiega con rapide pennellate le coordinate dell’esclusione e della grazia persa, qui, in questo perenne purgatorio? In un vero abbraccio ecumenico le sale interne della sua parrocchia, teatro compreso, si sono trasformate in un’area di raccolta e stoccaggio di viveri, farina, zucchero, bevande, anche frutta fresca, smistati con periodica cadenza a più di 370 famiglie bisognose e senza reddito. Con un eroico contributo dei volontari della Caritas diocesana e della San Vincenzo, oltre gli alimenti, le persone che non possono permettersi cure e consulenze riescono a usufruire anche di una rete di solidarietà garantita da medici specialisti e avvocati che dedicano una parte considerevole del loro tempo, venendo da Roma centro, a visite e sedute che possono essere regolarmente prenotate. Ben altra cosa di quelle che don Stefano chiama in maniera vibrante e con etichetta sociologica perfetta, “le operazioni di cosmesi” delle ultime giunte che, sì, qualcosa a livello di parchi e illuminazione l’hanno fatta, il restauro della fontana a forma di balena, pure, il pushing violentissimo con tanto di bidoni e falò in mezzo alla strada, con file di compratori a tutte le ore del giorno e della notte come a un discount di suicidi, anche questo è stato impedito nel tempo, ma “questa è repressione – dice il parroco in trincea -, le carceri restano piene, la gente spaccia lo stesso, e come la debelli tanta disperazione?”.La parrocchia di San Basilio è un asteroide di tranquillità “in mezzo al disincanto generale e all’individualismo più feroce” che giustamente don Stefano evidenzia come il risvolto drammatico e surrettizio di tutti gli anti-Stati e gli imperi del Male. Nel suo cerchio magico, invece, ci sono campetti di calcio, prati in fiore, siepi curatissime, la statua affettuosa di papa Giovanni XXIII “che venne in visita qui a marzo del 1963, a pochi mesi dalla sua morte”. Ma ti basta uscire fuori dalle inferriate e una donna grida che vuole denunciare il marito che l’ha appena malmenata e derubata del cellulare – siamo alle cinque del pomeriggio -, un murales enorme orizzontale ricorda un ragazzo ucciso, e ciottoli e spighe in tanti angoli si stringono in un mortificante sposalizio di assetata invivibilità. Proprio a due passi da margherite e crocefissi, un dipinto gigantesco, di quelli di Simone, a firma dell’artista spagnolo Liqen, riproduce un rastrello che smuove le zolle di un terreno intossicato da scarti e rottami del Progresso, e dai busti di grandi dittatori della Storia, favorendo lo sbocciare di alcune impavide piantine che delle divinità maiuscole del tempo non sanno che farsene. Sono di un verde così vivido e dalle curve così carnose che ti viene voglia di staccarle dalla parete e mangiarle. O metterle sotto una teca di cristallo e portarle in giro come reliquie. Nettare di una vita che qui ancora appassisce fra fango e illusioni.

Il parroco, don Stefano: “Un tempo qui si favoleggiava della Tiburtina Valley Ora restano slot machine, concessionarie di auto e moto e tanta disperazione”

Continua il reportage sul quartiere San Basilio: quali possibilità di riscatto a desolazione, devianza e abbandono urbanistico?E allora, da dove si riparte se la parola “sicurezza” la vedi strombazzare solo negli altisonanti nomignoli attribuiti alle operazioni investigative ufficiali dei carabinieri? Da dove si riparte se i servizi latitano, se il pubblico è letteralmente fagocitato da un “privato” delinquenziale e clanico, e prevale il grigio della desolazione e di un assetto urbanistico praticamente folle? Fuori e dentro la metafora, si riparte dai colori. Come fece anni fa Simone Pallotta col suo SANBA, un progetto di Art Pubblica contemporanea ideato e curato da questo intraprendente manager culturale romano di origine con il gruppo di lavoro dell’Associazione WALLS. “Partito nella sua fase esplorativa al termine del 2013 il progetto si è interrotto a metà del 2015 per mancanza di fondi. L’obiettivo, non raggiunto, era la creazione di una economia circolare che dalla creatività potesse giungere ad una crescita professionale di ragazzi cresciuti nel quartiere, stimolando attraverso bandi e finanziamenti privati la nascita di piccole realtà produttive connesse al progetto artistico. Le dieci opere realizzate in due anni sono state il volano per attirare l’attenzione della città su di un territorio abbandonato e marginalizzato, la punta dell’iceberg di un progetto che mirava al coinvolgimento attivo dei diversi attori del territorio con un’attenzione a tutte le fasce di età”.Che succede poi? Succede – come ricorda amaramente al telefono Simone, ormai sradicato da Roma e catapultato professionalmente in quel di Milano – che ogni tentativo di ottenere nuove erogazioni dal Comune fallisce, una ragnatela di interventi pedagogici e ricostruttivi del tessuto sociale e relazionale viene lacerata all’improvviso e lasciata coi filamenti appesi. Nel frattempo, pitturare le pareti cieche di un palazzo diventa una moda, che tende a “musealizzare” un quartiere: la gente magari ci passa occasionalmente come turista, in una sorta di pellegrinaggio pedonale, di vojeurismo graffitaro, e nulla più. La miseria e i fortissimi conflitti sociali che fanno da cornice al “quadro” diventano forma retorica, sentiero interrotto. Simone va via e in una vasta piazza a raggiera nel centro di San Basilio ancora ci sono trompe l’oeil enormi icone di animali, come uno zoo variopinto di vernice e cemento, ma quei lupi, quelle anatre, quei felini così ritratti ora risultano solo spettri stinti e inquietanti di un ennesimo tentativo di disancorare San Basilio dalla tetraggine dell’isolamento.“Che facciamo ogni giorno? Si lotta. La casa è il peccato originale di San Basilio. Che lo ha reso nel tempo un vero e proprio ghetto, una zona franca, un’enclave appannaggio di forze negative che controllano il territorio. Le case vengono occupate, segno di una cronica cattiva gestione pluridecennale della questione abitativa. Ma è la pesantezza della vita, la mancanza di lavoro che mi preoccupa. Qui ci sono tante famiglie ottime, ma è l’offerta di lavoro che è scarsa, spesso si è sottopagati, sotto la minima soglia di sopravvivenza, anche se tanti anni fa, paradossalmente, si parlava della Tiburtina Valley, con tantissime fabbriche importanti, capannoni industriali, marchi di livello internazionale, sostituiti oggi da slot machine e al massimo concessionari di auto e moto”. Come fai a bloccare la dolcezza risoluta di don Stefano Sparapani, parroco della chiesa di San Basilio, quando ti spiega con rapide pennellate le coordinate dell’esclusione e della grazia persa, qui, in questo perenne purgatorio? In un vero abbraccio ecumenico le sale interne della sua parrocchia, teatro compreso, si sono trasformate in un’area di raccolta e stoccaggio di viveri, farina, zucchero, bevande, anche frutta fresca, smistati con periodica cadenza a più di 370 famiglie bisognose e senza reddito. Con un eroico contributo dei volontari della Caritas diocesana e della San Vincenzo, oltre gli alimenti, le persone che non possono permettersi cure e consulenze riescono a usufruire anche di una rete di solidarietà garantita da medici specialisti e avvocati che dedicano una parte considerevole del loro tempo, venendo da Roma centro, a visite e sedute che possono essere regolarmente prenotate. Ben altra cosa di quelle che don Stefano chiama in maniera vibrante e con etichetta sociologica perfetta, “le operazioni di cosmesi” delle ultime giunte che, sì, qualcosa a livello di parchi e illuminazione l’hanno fatta, il restauro della fontana a forma di balena, pure, il pushing violentissimo con tanto di bidoni e falò in mezzo alla strada, con file di compratori a tutte le ore del giorno e della notte come a un discount di suicidi, anche questo è stato impedito nel tempo, ma “questa è repressione – dice il parroco in trincea -, le carceri restano piene, la gente spaccia lo stesso, e come la debelli tanta disperazione?”.La parrocchia di San Basilio è un asteroide di tranquillità “in mezzo al disincanto generale e all’individualismo più feroce” che giustamente don Stefano evidenzia come il risvolto drammatico e surrettizio di tutti gli anti-Stati e gli imperi del Male. Nel suo cerchio magico, invece, ci sono campetti di calcio, prati in fiore, siepi curatissime, la statua affettuosa di papa Giovanni XXIII “che venne in visita qui a marzo del 1963, a pochi mesi dalla sua morte”. Ma ti basta uscire fuori dalle inferriate e una donna grida che vuole denunciare il marito che l’ha appena malmenata e derubata del cellulare – siamo alle cinque del pomeriggio -, un murales enorme orizzontale ricorda un ragazzo ucciso, e ciottoli e spighe in tanti angoli si stringono in un mortificante sposalizio di assetata invivibilità. Proprio a due passi da margherite e crocefissi, un dipinto gigantesco, di quelli di Simone, a firma dell’artista spagnolo Liqen, riproduce un rastrello che smuove le zolle di un terreno intossicato da scarti e rottami del Progresso, e dai busti di grandi dittatori della Storia, favorendo lo sbocciare di alcune impavide piantine che delle divinità maiuscole del tempo non sanno che farsene. Sono di un verde così vivido e dalle curve così carnose che ti viene voglia di staccarle dalla parete e mangiarle. O metterle sotto una teca di cristallo e portarle in giro come reliquie. Nettare di una vita che qui ancora appassisce fra fango e illusioni.

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