UE: BENE L’ITALIA MA FESTE ESAGERATE

E’ andata bene all’Italia al Consiglio europeo, così bene che alla vigilia del vertice nessuno avrebbe scommesso su questo risultato. A cosa è dovuto? Ad una grande operazione diplomatica che ha convinto i 26 partner europei? Anche quelli che dicevano “neanche un centesimo all’Italia” e che ci descrivevano come dissolute “cicale” abituati a spendere in vino e donne i soldi europei in particolare dei nordici “paesi frugali”? No, le cose non sono andate così, anche se un indubbio sforzo diplomatico ha dato i suoi frutti.

La situazione al Consiglio europeo era decisamente più complessa e molto ha influito il ricostituito asse franco-tedesco  che ha posto sul tavolo tutto il peso politico della loro intesa. Non è stato un brutale aut aut ma una franca riaffermazione del ruolo strategico che l’asse franco-tedesco ha per l’intera Unione europea un ruolo che non può essere sottovalutato e men che meno ignorato per  tutte le decisioni sia sul piano politico sia su quello istituzionale della Ue. Bene:  questo peso strategico si è schierato dalla parte delle richiesta dei paesi mediterranei, Italia in testa dando un peso che da soli non si sarebbe mai raggiunto. Ecco, questo solo fatto ci dovrebbe consiliare di non esagerare nei festeggiamenti che pure hanno ragione di essere per lo scampato pericolo di un isolamento e di un conseguente rovinoso  tracollo economico. E poi dobbiamo ammettere che noi non ci siamo presentati a Bruxelles con tutte le carte in regola. L’Italia ad esempio è l’unico paese che non ha notificato il proprio programma nazionale di riforme (Pnr) spiegando di essere in attesa di un passaggio parlamentare di approvazione. La cosa ha un suo peso perché siamo arrivati al Consiglio senza poter dire come impiegheremo i soldi che chiediamo. Siamo andati a Bruxelles con il testo approvato dal governo che ai più è apparso molto generico con richieste di integrazioni con verifiche e controlli da parte dei nostri partner europei. In sostanza tutto questo ha prodotto la costatazione di una debolezza politica di Conte e del suo governo, aggravata dai contrasti sul Mes, il Fondo salva stati, dove i No insistiti appaiono come un residuo ideologico sovranista e antieuropeista. Se si aggiungono le polemiche sul “decidiamo noi come spendere i soldi” a cui per un momento non si è sottratto neanche il premier Conte verso Angela Merkel che bonariamente gli consigliava il ricorso al Mes si comprendono le perplessità dei partner di fronte a questi errori. Altro che grande diplomazia! Indubbiamente le cose sono un po’ cambiate alla fine, quando Conte ha recuperato un ruolo di accusatore nei confronti dei paesi frugali, Olanda in testa, accusati di frenare e spaccare la Ue solo per interessi nazionali  come le elezioni politiche in Olanda o il risparmio delle quote dovute per il bilancio dei prossimi sette anni. Alla fine, come noto, l’accordo tra tutti i 27 paesi ha varato gli aiuti del Recovery Fund pari a 750 miliardi di euro ripartiti in sovvenzioni a fondo perduto e in prestiti. La grande novità è per la prima volta il ricorso ad eurobond emessi dalla Commissione che peraltro è investita del ruolo finale di valutazione (un sorta di cassazione)  sui piani presentati dai paesi richiedenti gli aiuti. Nella valutazione il punteggio più alto è assegnato per la coerenza  dei piani con le raccomandazioni specifiche che la Commissione ha varato per i singoli paesi. Sicuramente c’è una procedura tortuosa che prima della parola finale della Commissione prevede azioni di controllo su richiesta dei singolo governi, l’attivazione del Consiglio dei capi di governo, ma resta il fatto che l’ultima parola spetta alla Commissione che vede accrescere il proprio peso istituzionale verso il Consiglio. Questo è altresì il punto della “vittoria di Pirro” dei frugali che nonostante l’affermazione di gruppo si vedono precluse la strada dell’unanimisno e dell’Europa intergovernativa con una Ue che ha fatto un passo importante sulla strada federale. Senza dire che è stato posto il problema che il governo europeo non può essere lasciato ai ricatti del voto all’unanimità. Ma questo è un problema -il problema- su cui si dovrà tornare.

Angelo Mina

E’ andata bene all’Italia al Consiglio europeo, così bene che alla vigilia del vertice nessuno avrebbe scommesso su questo risultato. A cosa è dovuto? Ad una grande operazione diplomatica che ha convinto i 26 partner europei? Anche quelli che dicevano “neanche un centesimo all’Italia” e che ci descrivevano come dissolute “cicale” abituati a spendere in vino e donne i soldi europei in particolare dei nordici “paesi frugali”? No, le cose non sono andate così, anche se un indubbio sforzo diplomatico ha dato i suoi frutti.

La situazione al Consiglio europeo era decisamente più complessa e molto ha influito il ricostituito asse franco-tedesco  che ha posto sul tavolo tutto il peso politico della loro intesa. Non è stato un brutale aut aut ma una franca riaffermazione del ruolo strategico che l’asse franco-tedesco ha per l’intera Unione europea un ruolo che non può essere sottovalutato e men che meno ignorato per  tutte le decisioni sia sul piano politico sia su quello istituzionale della Ue. Bene:  questo peso strategico si è schierato dalla parte delle richiesta dei paesi mediterranei, Italia in testa dando un peso che da soli non si sarebbe mai raggiunto. Ecco, questo solo fatto ci dovrebbe consiliare di non esagerare nei festeggiamenti che pure hanno ragione di essere per lo scampato pericolo di un isolamento e di un conseguente rovinoso  tracollo economico. E poi dobbiamo ammettere che noi non ci siamo presentati a Bruxelles con tutte le carte in regola. L’Italia ad esempio è l’unico paese che non ha notificato il proprio programma nazionale di riforme (Pnr) spiegando di essere in attesa di un passaggio parlamentare di approvazione. La cosa ha un suo peso perché siamo arrivati al Consiglio senza poter dire come impiegheremo i soldi che chiediamo. Siamo andati a Bruxelles con il testo approvato dal governo che ai più è apparso molto generico con richieste di integrazioni con verifiche e controlli da parte dei nostri partner europei. In sostanza tutto questo ha prodotto la costatazione di una debolezza politica di Conte e del suo governo, aggravata dai contrasti sul Mes, il Fondo salva stati, dove i No insistiti appaiono come un residuo ideologico sovranista e antieuropeista. Se si aggiungono le polemiche sul “decidiamo noi come spendere i soldi” a cui per un momento non si è sottratto neanche il premier Conte verso Angela Merkel che bonariamente gli consigliava il ricorso al Mes si comprendono le perplessità dei partner di fronte a questi errori. Altro che grande diplomazia! Indubbiamente le cose sono un po’ cambiate alla fine, quando Conte ha recuperato un ruolo di accusatore nei confronti dei paesi frugali, Olanda in testa, accusati di frenare e spaccare la Ue solo per interessi nazionali  come le elezioni politiche in Olanda o il risparmio delle quote dovute per il bilancio dei prossimi sette anni. Alla fine, come noto, l’accordo tra tutti i 27 paesi ha varato gli aiuti del Recovery Fund pari a 750 miliardi di euro ripartiti in sovvenzioni a fondo perduto e in prestiti. La grande novità è per la prima volta il ricorso ad eurobond emessi dalla Commissione che peraltro è investita del ruolo finale di valutazione (un sorta di cassazione)  sui piani presentati dai paesi richiedenti gli aiuti. Nella valutazione il punteggio più alto è assegnato per la coerenza  dei piani con le raccomandazioni specifiche che la Commissione ha varato per i singoli paesi. Sicuramente c’è una procedura tortuosa che prima della parola finale della Commissione prevede azioni di controllo su richiesta dei singolo governi, l’attivazione del Consiglio dei capi di governo, ma resta il fatto che l’ultima parola spetta alla Commissione che vede accrescere il proprio peso istituzionale verso il Consiglio. Questo è altresì il punto della “vittoria di Pirro” dei frugali che nonostante l’affermazione di gruppo si vedono precluse la strada dell’unanimisno e dell’Europa intergovernativa con una Ue che ha fatto un passo importante sulla strada federale. Senza dire che è stato posto il problema che il governo europeo non può essere lasciato ai ricatti del voto all’unanimità. Ma questo è un problema -il problema- su cui si dovrà tornare.

Angelo Mina

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