UE: UNA LUCE IN FONDO AL TUNNEL

 

Bene i fondi Bce e della Commissione ma resta l’egoismo intergovernativo

Una pioggia di euro viene messa a disposizione degli stati dell’Unione Europea per fronteggiare le conseguenze economiche e finanziarie della epidemia da Corona virus (Covid 19). Sono 750 miliardi disposti dalla Bce per acquistare entro la fine dell’anno titoli pubblici e privati. Se poi si somma il quantitative easing (QE) da 20 miliardi al mese rafforzato di 120 miliardi di euro previsti entro la fine dell’anno dalla riunione del board di inizio mese la cifra sale a più di mille miliardi passando da quello che tecnicamente viene definito il bazooka ideato da Mario Draghi ad una vera  bomba a disposizione della Bce.

Sul versante politico della Commissione è poi iniziato (su iniziativa italiana e francese) una discussione volta a utilizzare i 400 miliardi di cui è dotato il fondo salva Stati che dal 2012 ad oggi non è mai stato utilizzato. Con questo si arriverebbe ad una disponibilità di liquidità di oltre 2.500 miliardi di euro. “Siamo assolutamente pronti -ha assicurato la presidente della Bce Christine Lagarde- a incrementare l’entità dei nostri programmi di acquisto di attività e ad adeguarne la composizione, nella misura necessaria e finchè le circostanze lo richiederanno. Esploreremo tutte le opzioni e tutti gli scenari per sostenere l’economia per l’intera durata di questo shock”. Su proposta italiana, come ha spiegato il premier Conte al Financial Times, il ricorso al Fondo salva stati (Mes) non dovrebbe essere vincolato alle norme di austerity ma semplicemente motivato dal contrasto alla pandemia e alle sue conseguenze economiche e finanziarie.  E’ in questa prospettiva che la Commissione decide di disattivare il Patto di stabilità e il relativo tetto di deficit al 3 per cento. Il motivo? Semplice e di buon senso: se si dovesse insistere sul vincolo si dovrebbero mettere sotto accusa tutti i governi (e probabilmente proprio tutti) che ricorreranno a forti spese per contrastare la pandemia e lo strascico delle sue conseguenze. Ma il ventaglio di provvedimenti e di proposte per fare fronte alla grave situazione che attraversiamo per la prima volta registra concretamente l’ipotesi di emissione di eurobond. A proporlo sono stati il presidente francese Macron e il premier italiano Conte che hanno parlato di Coronabond. Proposta che supera la dimensione tecnica per acquisire un forte segnale politico di unità e di condivisione  del destino dell’Unione che avrà bisogno di nuove e ingenti risorse per quel grande piano di rilancio dell’economia che era stato illustrato e auspicato dalla presidente della Commissione Ursula von Der Leyen. 

Tutto bene? Tutto risolto con questi provvedimenti? No, non lo si può dire sia per le modalità (o condizionamenti) a cui sono sottoposti gli accessi ai prestiti sia per il grande quadro di riferimento in cui i provvedimenti sono stati pensati e previsti. Certo la disponibilità di fondi messi a disposizione dalla Bce ma anche dalla Commissione è una cosa positiva, ma non cancella quel quadro generale di riferimento che non trova una convergenza unanime: tutt’altro, anche in questa occasione si sono registrate resistenze e divisioni che riflettono ancora una volta l’egoismo intergovernativo che si oppone ad un passo in avanti verso un’unione politica della Ue con una delega vera di poteri nazionali ad una Commissione sempre più governo dell’Europa che risponde ad un potere legislativo in capo all’Europarlamento. Di fronte alla rigida posizione di Olanda, Finlandia e degli altri paesi autodefinitisi “frugali”, spalleggiati dalla destra tedesca, è forse un buon segno l’intesa che si profila tra Francia, Italia, Spagna spalleggiate dai cosidetti “amici della coesione” i paesi cioè beneficiari netti dei trasferimenti europei. In nuce c’è quanto può fa pensare ad una futura Europa a due velocità se non ad un cambiamento istituzionale verso una Unione federale. Per ora, certo, è ancora un progetto e un sogno.

Angelo Mina

 

Bene i fondi Bce e della Commissione ma resta l’egoismo intergovernativo

Una pioggia di euro viene messa a disposizione degli stati dell’Unione Europea per fronteggiare le conseguenze economiche e finanziarie della epidemia da Corona virus (Covid 19). Sono 750 miliardi disposti dalla Bce per acquistare entro la fine dell’anno titoli pubblici e privati. Se poi si somma il quantitative easing (QE) da 20 miliardi al mese rafforzato di 120 miliardi di euro previsti entro la fine dell’anno dalla riunione del board di inizio mese la cifra sale a più di mille miliardi passando da quello che tecnicamente viene definito il bazooka ideato da Mario Draghi ad una vera  bomba a disposizione della Bce.

Sul versante politico della Commissione è poi iniziato (su iniziativa italiana e francese) una discussione volta a utilizzare i 400 miliardi di cui è dotato il fondo salva Stati che dal 2012 ad oggi non è mai stato utilizzato. Con questo si arriverebbe ad una disponibilità di liquidità di oltre 2.500 miliardi di euro. “Siamo assolutamente pronti -ha assicurato la presidente della Bce Christine Lagarde- a incrementare l’entità dei nostri programmi di acquisto di attività e ad adeguarne la composizione, nella misura necessaria e finchè le circostanze lo richiederanno. Esploreremo tutte le opzioni e tutti gli scenari per sostenere l’economia per l’intera durata di questo shock”. Su proposta italiana, come ha spiegato il premier Conte al Financial Times, il ricorso al Fondo salva stati (Mes) non dovrebbe essere vincolato alle norme di austerity ma semplicemente motivato dal contrasto alla pandemia e alle sue conseguenze economiche e finanziarie.  E’ in questa prospettiva che la Commissione decide di disattivare il Patto di stabilità e il relativo tetto di deficit al 3 per cento. Il motivo? Semplice e di buon senso: se si dovesse insistere sul vincolo si dovrebbero mettere sotto accusa tutti i governi (e probabilmente proprio tutti) che ricorreranno a forti spese per contrastare la pandemia e lo strascico delle sue conseguenze. Ma il ventaglio di provvedimenti e di proposte per fare fronte alla grave situazione che attraversiamo per la prima volta registra concretamente l’ipotesi di emissione di eurobond. A proporlo sono stati il presidente francese Macron e il premier italiano Conte che hanno parlato di Coronabond. Proposta che supera la dimensione tecnica per acquisire un forte segnale politico di unità e di condivisione  del destino dell’Unione che avrà bisogno di nuove e ingenti risorse per quel grande piano di rilancio dell’economia che era stato illustrato e auspicato dalla presidente della Commissione Ursula von Der Leyen. 

Tutto bene? Tutto risolto con questi provvedimenti? No, non lo si può dire sia per le modalità (o condizionamenti) a cui sono sottoposti gli accessi ai prestiti sia per il grande quadro di riferimento in cui i provvedimenti sono stati pensati e previsti. Certo la disponibilità di fondi messi a disposizione dalla Bce ma anche dalla Commissione è una cosa positiva, ma non cancella quel quadro generale di riferimento che non trova una convergenza unanime: tutt’altro, anche in questa occasione si sono registrate resistenze e divisioni che riflettono ancora una volta l’egoismo intergovernativo che si oppone ad un passo in avanti verso un’unione politica della Ue con una delega vera di poteri nazionali ad una Commissione sempre più governo dell’Europa che risponde ad un potere legislativo in capo all’Europarlamento. Di fronte alla rigida posizione di Olanda, Finlandia e degli altri paesi autodefinitisi “frugali”, spalleggiati dalla destra tedesca, è forse un buon segno l’intesa che si profila tra Francia, Italia, Spagna spalleggiate dai cosidetti “amici della coesione” i paesi cioè beneficiari netti dei trasferimenti europei. In nuce c’è quanto può fa pensare ad una futura Europa a due velocità se non ad un cambiamento istituzionale verso una Unione federale. Per ora, certo, è ancora un progetto e un sogno.

Angelo Mina

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