USA DUE PESI E DUE MISURE TRUMP PERQUISITO E BIDEN NO

Il Dipartimento di Giustizia, dopo aver scoperto l’esistenza di documenti classificati dell’era Biden-Obama, ha preso in considerazione l’idea di mandare l’Fbi a perquisire le proprietà del Presidente Usa, ma ha subito fatto dietrofront. Una notizia riportata in esclusiva dal Wall Street Journal e confermata da Abc News.
Fonti certe hanno rivelato chegli avvocati e il Dipartimento di Giustizia concordarono sì una perquisizione, ma per mano del team legale del Presidente. Un accordo apparentemente raggiunto sia per evitare di complicare le indagini, sia perché gli avvocati di Biden, consegnando volontariamente quel famoso primo lotto, avevano dimostrato la volontà di collaborare. Gli agenti dell’Fbi avrebbero dovuto (almeno) monitorare la ricerca, ma alla fine non furono affatto coinvolti. Un approccio ben diverso – come sottolineano i media di tutto il mondo e come stanno tuonando i Repubblicani – da quello tenuto con Donald Trump e le sue innumerevoli zone grigie.
Abc News, nel caso della perquisizione della tenuta di Mar-a-Lago, ha mostrato ciò che gli investigatori presentarono per ottenere l’approvazione della ricerca: un lunga corrispondenza tra gli avvocati di Trump, la loro ripetuta resistenza a restituire i documenti e una loro dichiarazione giurata secondo la quale tutto era stato restituito, dopo di che il Dipartimento di Giustizia aveva pedissequamente provato il contrario.
“I pubblici ministeri avevano ragione di credere che, nonostante le precedenti dichiarazioni fatte dagli avvocati di Trump – secondo cui tutti i materiali classificati erano stati consegnati – l’ex Presidente stava ancora mantenendo la custodia di materiali classificati che non potevano essere spiegati”, ha detto l’ex procuratore federale Joseph Moreno ad ABC News.
“Sembra che queste preoccupazioni siano state confermate quando il raid dell’Fbi su Mar-a-Lago in agosto ha effettivamente portato alla luce ulteriori documenti classificati”. Dunque il blitz da Trump era motivato.
Gli avvocati di Biden, d’altra parte, in tre diversi momenti da novembre, hanno rilevato fascicoli top-secret nella sua residenza a Wilmington e nell’ufficio di Washington.
A quanto finora emerso, non sembra vi fossero elementi tali da giustificare il passo drammatico e senza precedenti di una perquisizione dell’Fbi.
E rispetto al precedente della perquisizione a casa di Trump, emerge una sostanziale differenza: il team di Biden ha offerto “la piena collaborazione” mentre quello del tycoon ha intralciato la giustizia.
“Se Trump avesse avuto lo stesso atteggiamento non ci sarebbe stato grand jury, non ci sarebbe stato probabilmente un mandato di perquisizione e avrebbe forse evitato un potenziale problema penale”, ha affermato Nick Akerman, ex procuratore del Watergate. Questo sì, eppure qualcosa non torna.
Riporta Cnn che le autorità federali hanno appena ascoltato il legale personale di Joe Biden, Patrick Moore, colui che ha trovato per primo i documenti riservati nell’ufficio dell’ex-presidenza.
E lo hanno fatto nell’ambito di un “colloquio informale”, ossia un interrogatorio non registrato.
Siamo d’accordo sul fatto che la collaborazione possa aver contribuito a evitare l’approccio aggressivo adottato dalle forze dell’ordine nel recupero dei documenti di Mar-a-Lago, e che perquisire un deposito o una casa dopo un’autosegnalazione non ha molto senso, ma perché la notizia di questi fascicoli non è uscita per oltre due mesi?

Qualcosa sotto c’è, e per questo, il procuratore generale degli Stati Uniti, Merrick Garland, la settimana scorsa ha nominato un procuratore speciale, Robert Hur, per indagare su tutta la vicenda e sulla gestione dei materiali da parte di Biden, durante il suo mandato da vicepresidente.

Il Dipartimento di Giustizia, dopo aver scoperto l’esistenza di documenti classificati dell’era Biden-Obama, ha preso in considerazione l’idea di mandare l’Fbi a perquisire le proprietà del Presidente Usa, ma ha subito fatto dietrofront. Una notizia riportata in esclusiva dal Wall Street Journal e confermata da Abc News.
Fonti certe hanno rivelato chegli avvocati e il Dipartimento di Giustizia concordarono sì una perquisizione, ma per mano del team legale del Presidente. Un accordo apparentemente raggiunto sia per evitare di complicare le indagini, sia perché gli avvocati di Biden, consegnando volontariamente quel famoso primo lotto, avevano dimostrato la volontà di collaborare. Gli agenti dell’Fbi avrebbero dovuto (almeno) monitorare la ricerca, ma alla fine non furono affatto coinvolti. Un approccio ben diverso – come sottolineano i media di tutto il mondo e come stanno tuonando i Repubblicani – da quello tenuto con Donald Trump e le sue innumerevoli zone grigie.
Abc News, nel caso della perquisizione della tenuta di Mar-a-Lago, ha mostrato ciò che gli investigatori presentarono per ottenere l’approvazione della ricerca: un lunga corrispondenza tra gli avvocati di Trump, la loro ripetuta resistenza a restituire i documenti e una loro dichiarazione giurata secondo la quale tutto era stato restituito, dopo di che il Dipartimento di Giustizia aveva pedissequamente provato il contrario.
“I pubblici ministeri avevano ragione di credere che, nonostante le precedenti dichiarazioni fatte dagli avvocati di Trump – secondo cui tutti i materiali classificati erano stati consegnati – l’ex Presidente stava ancora mantenendo la custodia di materiali classificati che non potevano essere spiegati”, ha detto l’ex procuratore federale Joseph Moreno ad ABC News.
“Sembra che queste preoccupazioni siano state confermate quando il raid dell’Fbi su Mar-a-Lago in agosto ha effettivamente portato alla luce ulteriori documenti classificati”. Dunque il blitz da Trump era motivato.
Gli avvocati di Biden, d’altra parte, in tre diversi momenti da novembre, hanno rilevato fascicoli top-secret nella sua residenza a Wilmington e nell’ufficio di Washington.
A quanto finora emerso, non sembra vi fossero elementi tali da giustificare il passo drammatico e senza precedenti di una perquisizione dell’Fbi.
E rispetto al precedente della perquisizione a casa di Trump, emerge una sostanziale differenza: il team di Biden ha offerto “la piena collaborazione” mentre quello del tycoon ha intralciato la giustizia.
“Se Trump avesse avuto lo stesso atteggiamento non ci sarebbe stato grand jury, non ci sarebbe stato probabilmente un mandato di perquisizione e avrebbe forse evitato un potenziale problema penale”, ha affermato Nick Akerman, ex procuratore del Watergate. Questo sì, eppure qualcosa non torna.
Riporta Cnn che le autorità federali hanno appena ascoltato il legale personale di Joe Biden, Patrick Moore, colui che ha trovato per primo i documenti riservati nell’ufficio dell’ex-presidenza.
E lo hanno fatto nell’ambito di un “colloquio informale”, ossia un interrogatorio non registrato.
Siamo d’accordo sul fatto che la collaborazione possa aver contribuito a evitare l’approccio aggressivo adottato dalle forze dell’ordine nel recupero dei documenti di Mar-a-Lago, e che perquisire un deposito o una casa dopo un’autosegnalazione non ha molto senso, ma perché la notizia di questi fascicoli non è uscita per oltre due mesi?

Qualcosa sotto c’è, e per questo, il procuratore generale degli Stati Uniti, Merrick Garland, la settimana scorsa ha nominato un procuratore speciale, Robert Hur, per indagare su tutta la vicenda e sulla gestione dei materiali da parte di Biden, durante il suo mandato da vicepresidente.
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