Verso il Midterm Biden tira in ballo Trump e l’“attacco alla democrazia”

Manca poco al voto di Midterm, un momento particolarmente significativo per la politica americana. Vengono chiamate elezioni di medio termine perché si svolgono a due anni esatti dall’elezione del presidente degli Stati Uniti – il cui incarico dura quattro anni – e determinano la composizione dei due rami del Congresso americano e le relative maggioranze. Puntano a ridefinire, dunque, l’equilibrio tra il potere legislativo e quello esecutivo negli ultimi due anni di mandato del Presidente. In questa tornata elettorale vengono rinnovati tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e un terzo dei 100 seggi del Senato (35 nel 2022). Dati numerici e maggioranze a parte, ciò che realmente interessa di queste elezioni è quello che emerge sull’indice di gradimento del leader in carica. Dai vari sondaggi Biden non sembrerebbe molto apprezzato. Il 40% degli adulti americani approva il suo operato rispetto al 57% del febbraio 2021, subito dopo l’insediamento. Una percentuale inferiore di quella che ottennero Trump e Obama nella stessa fase dei loro mandati.
Trump, nonostante i gravi errori di valutazione della pandemia, i suoi problemi coi giudici e con l’Fbi e le molteplici accuse di razzismo e sessismo, continua ad esercitare una grande influenza sul Paese, tale da permettergli di ricandidarsi alle presidenziali del 2024.
All’ex Presidente di nuovo in corsa, si aggiunge la stanchezza dei democratici. Questa, forse, l’unica grande minaccia a cui Biden sta rispondendo con negazione e angoscia: “La democrazia americana è sotto attacco perché l’ex presidente sconfitto ha rifiutato di accettare i risultati delle elezioni del 2020” ha dichiarato in questo ultimo ru.
Big Joe si è rivolto agli americani invocando grande partecipazione e affluenza alle urne. Ed è stato ascoltato: i cittadini americani stanno votando, ma non sembrano andare nella direzione da lui sperata.
Non a caso, storicamente, l’esito del midterm non è mai favorevole al partito del Presidente in carica.
Forse perchè Biden continua con la retorica della luce contro il buio, dei buoni contro i cattivi. E ha già tentato di mettere le mani avanti: “Non è un referendum su di me, ma una scelta tra due visioni di paese”.
Eppure sono passati due anni dalla presa del Campidoglio, dall’assalto del pazzo con la pelliccia da giovane marmotta, e dall’ex presidente sconfitto “che ha voluto il riconteggio, che si è rifiutato di accettare i risultati delle elezioni e il volere del popolo”.
Si sa che Trump e i Repubblicani sanno far parlare di sé (basti pensare agli attuali sostenitori che vanno bussando di porta in porta alla ricerca di frodi elettorali e votazioni irregolari), ma sono passati due anni e il partito democratico continua a battere sugli stessi chiodi. Dopo la fase estiva roboante della campagna elettorale, coadiuvata dall’annullamento del diritto costituzionale all’aborto a livello federale, con l’arrivo dell’autunno i Dem hanno perso mordente, soprattutto a causa di una grave dimenticanza nel dibattito politico: la crisi economica e i quasi duemila miliardi di dollari in aiuti versati nell’economia Usa nei mesi più duri della pandemia. La tematica è stata trascurata per paura che i contendenti rossi la riconducessero al rapido aumento dell’inflazione, dei prezzi di cibo, degli affitti e dei generi di prima necessità. Un grave errore, secondo molti, perché gli elettori democratici chiedono di riconoscersi nelle differenze tra loro e i Repubblicani. Tanto è stato fatto da questa amministrazione a livello sociale: i crediti di imposta per le famiglie più povere con i figli a carico, l’allargamento del Medicare, una legge sulle infrastrutture da 1000 miliardi di dollari, il più grande investimento della storia per creare posti di lavoro nel settore dell’energia pulita. Ma si parla solo di Trump e della minaccia alla democrazia.

Manca poco al voto di Midterm, un momento particolarmente significativo per la politica americana. Vengono chiamate elezioni di medio termine perché si svolgono a due anni esatti dall’elezione del presidente degli Stati Uniti – il cui incarico dura quattro anni – e determinano la composizione dei due rami del Congresso americano e le relative maggioranze. Puntano a ridefinire, dunque, l’equilibrio tra il potere legislativo e quello esecutivo negli ultimi due anni di mandato del Presidente. In questa tornata elettorale vengono rinnovati tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e un terzo dei 100 seggi del Senato (35 nel 2022). Dati numerici e maggioranze a parte, ciò che realmente interessa di queste elezioni è quello che emerge sull’indice di gradimento del leader in carica. Dai vari sondaggi Biden non sembrerebbe molto apprezzato. Il 40% degli adulti americani approva il suo operato rispetto al 57% del febbraio 2021, subito dopo l’insediamento. Una percentuale inferiore di quella che ottennero Trump e Obama nella stessa fase dei loro mandati.
Trump, nonostante i gravi errori di valutazione della pandemia, i suoi problemi coi giudici e con l’Fbi e le molteplici accuse di razzismo e sessismo, continua ad esercitare una grande influenza sul Paese, tale da permettergli di ricandidarsi alle presidenziali del 2024.
All’ex Presidente di nuovo in corsa, si aggiunge la stanchezza dei democratici. Questa, forse, l’unica grande minaccia a cui Biden sta rispondendo con negazione e angoscia: “La democrazia americana è sotto attacco perché l’ex presidente sconfitto ha rifiutato di accettare i risultati delle elezioni del 2020” ha dichiarato in questo ultimo ru.
Big Joe si è rivolto agli americani invocando grande partecipazione e affluenza alle urne. Ed è stato ascoltato: i cittadini americani stanno votando, ma non sembrano andare nella direzione da lui sperata.
Non a caso, storicamente, l’esito del midterm non è mai favorevole al partito del Presidente in carica.
Forse perchè Biden continua con la retorica della luce contro il buio, dei buoni contro i cattivi. E ha già tentato di mettere le mani avanti: “Non è un referendum su di me, ma una scelta tra due visioni di paese”.
Eppure sono passati due anni dalla presa del Campidoglio, dall’assalto del pazzo con la pelliccia da giovane marmotta, e dall’ex presidente sconfitto “che ha voluto il riconteggio, che si è rifiutato di accettare i risultati delle elezioni e il volere del popolo”.
Si sa che Trump e i Repubblicani sanno far parlare di sé (basti pensare agli attuali sostenitori che vanno bussando di porta in porta alla ricerca di frodi elettorali e votazioni irregolari), ma sono passati due anni e il partito democratico continua a battere sugli stessi chiodi. Dopo la fase estiva roboante della campagna elettorale, coadiuvata dall’annullamento del diritto costituzionale all’aborto a livello federale, con l’arrivo dell’autunno i Dem hanno perso mordente, soprattutto a causa di una grave dimenticanza nel dibattito politico: la crisi economica e i quasi duemila miliardi di dollari in aiuti versati nell’economia Usa nei mesi più duri della pandemia. La tematica è stata trascurata per paura che i contendenti rossi la riconducessero al rapido aumento dell’inflazione, dei prezzi di cibo, degli affitti e dei generi di prima necessità. Un grave errore, secondo molti, perché gli elettori democratici chiedono di riconoscersi nelle differenze tra loro e i Repubblicani. Tanto è stato fatto da questa amministrazione a livello sociale: i crediti di imposta per le famiglie più povere con i figli a carico, l’allargamento del Medicare, una legge sulle infrastrutture da 1000 miliardi di dollari, il più grande investimento della storia per creare posti di lavoro nel settore dell’energia pulita. Ma si parla solo di Trump e della minaccia alla democrazia.

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