L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Addio 2025. Non è un film di Kubrick, è la nuova pandemia

Un virus sociale che ci ha resi più tesi, più fragili e incredibilmente meno umani.

di Andrea Fiore -


La nuova pandemia non arriva da un laboratorio: è già tra noi, e la chiamano “guerra ibrida” per non ammettere che si tratta di un virus sociale che altera i comportamenti più semplici. Cos’è? È evidente: un’infezione che rende ogni scambio più teso, ogni parola più fragile, ogni gesto un potenziale fraintendimento.

Le domande

Chi colpisce? Tutti. Dai leader politici che cambiano posizione con la stessa disinvoltura con cui si cambia canale, ai cittadini comuni che si ritrovano a discutere di tutto con un’aggressività che fino a ieri non apparteneva loro. Nessuno escluso, perché il contagio passa attraverso il modo in cui reagiamo, non attraverso l’aria.

Dove si diffonde? Ovunque ci sia un contatto umano: nei palazzi del potere, nei bar, nelle chat, nei social dove ogni frase diventa un detonatore. Sembra un film di Kubrick, ma senza la sua eleganza: solo un’inquietudine costante, come se la realtà fosse diventata un set poco illuminato.

Quando è iniziato? Difficile stabilirlo. Negli ultimi mesi, però, il ritmo si è fatto più incalzante: risposte impulsive, idee cambiate all’improvviso, posizioni contraddittorie, un continuo oscillare tra certezze improvvise e ritirate strategiche. Una febbre collettiva che non abbiamo ancora riconosciuto come tale.

Il virus si manifesta in gesti quotidiani: accordi presi e subito disattesi, discussioni che degenerano per un nonnulla, provocazioni gratuite, errori ignorati come se non fossero mai esistiti, conversazioni che diventano duelli. E intanto crescono violenze, femminicidi, baby gang: segnali di un equilibrio che si incrina, ma che allo stesso tempo sembra la normalità.

Perché accade? Le cause sono molte, ma nessuna basta da sola: governanti che alimentano tensioni, comunicazione che esaspera, social che amplificano, un tempo storico che ci spinge alla reazione prima ancora del pensiero. Forse abbiamo smarrito il senso della misura, o semplicemente la capacità di ascoltare.

Le risposte e la speranza

Eppure una via d’uscita esiste. Non è un vaccino, non è un antidoto miracoloso: è la scelta di rallentare, di non rispondere sempre con la stessa moneta, di recuperare un minimo di fiducia reciproca. Un gesto minuscolo, ma sufficiente a interrompere la catena del contagio.

Forse il 2026 non ci guarirà del tutto, ma può essere l’anno in cui ricominciamo a respirare senza sospettare di ogni respiro altrui. L’augurio è: che sia l’anno in cui la gentilezza smette di sembrare un atto rivoluzionario.

Leggi anche: Riduzione del danno: giochi di parole e ironia (anche con Natale e Capodanno)


Torna alle notizie in home