Visco: “La guerra in Ucraina compromette la crescita in Italia”

La guerra in Ucraina non farà bene all’economia italiana. Per niente. Prima che scoppiasse il conflitto, gli economisti speravano in un rilancio tale da far recuperare al nostro Paese i livelli di Pil perduti durante la pandemia. Parole e musica del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco che questa mattina ha presentato le considerazioni finali sulla relazione annuale relativa al 2021. Le parole di Visco sono state eloquenti: “La guerra in Ucraina, con le sue conseguenze e soprattutto con le sue incertezze, rischia di compromettere il cammino di crescita dell’Italia”.

I problemi sono troppi e per affrontarli ci vuole, per Visco, una visione d’insieme. “La guerra ha anche peggiorato di colpo le prospettive di crescita dell’economia mondiale, in una fase in cui i danni inferti dalla pandemia non sono ancora del tutto riparati. L’aumento dei prezzi delle materie prime importate è una tassa ineludibile per il Paese. L’azione pubblica può ridistribuirne gli effetti tra famiglie, fattori di produzione, generazioni presenti e future; non può annullarne l’impatto d’insieme”. Insomma, non ci voleva proprio una mazzata del genere dopo aver passato due anni a leccarsi le ferite inferte dagli effetti della pandemia.

Il quadro è aggravato dal fatto che Italia e Germania rappresentano le economie che più sono a rischio in questo preciso momento storico. Proprio perché più dipendenti dalle forniture energetiche da Mosca: “L’economia italiana, con quella tedesca, è tra le più colpite dall’aumento del prezzo del gas – ha spiegato Visco -, per la quota elevata di importazioni dalla Russia e per la rilevanza dell’industria manifatturiera, che ne fa ampio uso”. Lo scoppio del conflitto ha costretto gli economisti a rivedere le stime, che erano al rialzo, del Pil italiano: “In gennaio – ha riferito il governatore della Banca d’Italia – ci attendevamo che il prodotto tornasse sul livello precedente lo scoppio della pandemia intorno alla metà di quest’anno e prefiguravamo una solida espansione, superiore in media al 3 per cento, nel biennio 2022-2023”. Ipotesi di studio e speranze di rilancio, che tali resteranno a causa delle conseguenze del conflitto: “La guerra ha radicalmente accentuato l’incertezza su queste prospettive. L’attività produttiva si è indebolita nel primo trimestre, risentendo anche della ripresa dei contagi”. Ma le cattive notizie non finiscono qui. Per Visco: “Non si possono escludere sviluppi più avversi: se la guerra dovesse sfociare in un’interruzione nelle forniture di gas dalla Russia, il prodotto potrebbe ridursi nella media del biennio”.

Insomma, il quadro non è roseo. E le dinamiche segnalate dalla Banca d’Italia fanno il paio con le previsioni pubblicate, nei giorni scorsi, dalla Cgia di Mestre. Secondo cui la guerra, azzerando ogni prospettiva di crescita, sarebbe costata ben 24 miliardi al Prodotto interno lordo italiano. Intanto, l’inflazione sarebbe cresciuta fino al 6 per cento e ogni famiglia avrebbe pagato, per gli effetti della congiuntura economica dettata dalla guerra e dall’applicazione delle sanzioni, una “tassa” occulta da 929 euro ciascuna.

La guerra in Ucraina non farà bene all’economia italiana. Per niente. Prima che scoppiasse il conflitto, gli economisti speravano in un rilancio tale da far recuperare al nostro Paese i livelli di Pil perduti durante la pandemia. Parole e musica del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco che questa mattina ha presentato le considerazioni finali sulla relazione annuale relativa al 2021. Le parole di Visco sono state eloquenti: “La guerra in Ucraina, con le sue conseguenze e soprattutto con le sue incertezze, rischia di compromettere il cammino di crescita dell’Italia”.

I problemi sono troppi e per affrontarli ci vuole, per Visco, una visione d’insieme. “La guerra ha anche peggiorato di colpo le prospettive di crescita dell’economia mondiale, in una fase in cui i danni inferti dalla pandemia non sono ancora del tutto riparati. L’aumento dei prezzi delle materie prime importate è una tassa ineludibile per il Paese. L’azione pubblica può ridistribuirne gli effetti tra famiglie, fattori di produzione, generazioni presenti e future; non può annullarne l’impatto d’insieme”. Insomma, non ci voleva proprio una mazzata del genere dopo aver passato due anni a leccarsi le ferite inferte dagli effetti della pandemia.

Il quadro è aggravato dal fatto che Italia e Germania rappresentano le economie che più sono a rischio in questo preciso momento storico. Proprio perché più dipendenti dalle forniture energetiche da Mosca: “L’economia italiana, con quella tedesca, è tra le più colpite dall’aumento del prezzo del gas – ha spiegato Visco -, per la quota elevata di importazioni dalla Russia e per la rilevanza dell’industria manifatturiera, che ne fa ampio uso”. Lo scoppio del conflitto ha costretto gli economisti a rivedere le stime, che erano al rialzo, del Pil italiano: “In gennaio – ha riferito il governatore della Banca d’Italia – ci attendevamo che il prodotto tornasse sul livello precedente lo scoppio della pandemia intorno alla metà di quest’anno e prefiguravamo una solida espansione, superiore in media al 3 per cento, nel biennio 2022-2023”. Ipotesi di studio e speranze di rilancio, che tali resteranno a causa delle conseguenze del conflitto: “La guerra ha radicalmente accentuato l’incertezza su queste prospettive. L’attività produttiva si è indebolita nel primo trimestre, risentendo anche della ripresa dei contagi”. Ma le cattive notizie non finiscono qui. Per Visco: “Non si possono escludere sviluppi più avversi: se la guerra dovesse sfociare in un’interruzione nelle forniture di gas dalla Russia, il prodotto potrebbe ridursi nella media del biennio”.

Insomma, il quadro non è roseo. E le dinamiche segnalate dalla Banca d’Italia fanno il paio con le previsioni pubblicate, nei giorni scorsi, dalla Cgia di Mestre. Secondo cui la guerra, azzerando ogni prospettiva di crescita, sarebbe costata ben 24 miliardi al Prodotto interno lordo italiano. Intanto, l’inflazione sarebbe cresciuta fino al 6 per cento e ogni famiglia avrebbe pagato, per gli effetti della congiuntura economica dettata dalla guerra e dall’applicazione delle sanzioni, una “tassa” occulta da 929 euro ciascuna.

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