Zuppi, un “prete di strada” a capo dei vescovi italiani

Sbagliava chi prevedeva che Papa Francesco gli avrebbe “risparmiato” la nomina a presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) per non “bruciarlo” in vista del prossimo conclave. Chissà, forse il cardinale Matteo Maria Zuppi, attuale arcivescovo di Bologna, diventerà comunque Pontefice, ma eventualmente lo farà passando prima dalla presidenza dei vescovi italiani. Oggi, infatti, è stato nominato da Bergoglio presidente della Cei succedendo al cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia, che avendo compiuto 80 anni il 7 aprile, per raggiunti limiti di età è decaduto da ogni incarico ricoperto nella Curia romana. E così Papa Francesco ha sciolto le riserve scegliendo il 66enne romano dopo aver ricevuto dall’assemblea della Cei, come da prassi, una terna di nomi: oltre a Zuppi, i candidati erano il cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo metropolita di Siena, e mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale.

Prima della nomina nel capoluogo emiliano Zuppi – che nell’ottobre 2019 Francesco ha creato cardinale – era stato vescovo ausiliare di Roma Centro. È qui, nella capitale, che fin dagli albori del suo ministero sacerdotale si è guadagnato la nomina di “prete di strada” tanto cara all’attuale Pontefice. Era il 1982 quando, da vice-parroco nel rione di Trastevere, occupava un palazzo con una quarantina di tossicodipendenti della zona, per attirare l’attenzione delle autorità sulla problematica allora impellente della droga. L’avvenimento ebbe una discreta eco mediatica perché non era certo abituale – almeno a quei tempi – che un sacerdote cattolico prendesse parte alla pratica dell’occupazione di uno stabile. Ma Zuppi per indole non è tipo che ha mai disdegnato i gesti di rottura. Nel 2018, già da arcivescovo di Bologna, è stato il primo vescovo italiano a mettere piede dentro un centro sociale, il Tpo di via Casarini. Lo ha fatto in occasione della presentazione di “Terra, casa, lavoro”, volume edito da Ponte alle Grazie che raccoglie tre dialoghi di Papa Francesco agli incontri mondiali dei movimenti popolari avvenuti a Roma nel 2014 e nel 2016 e a Santa Cruz nel 2015.

Gesti di rottura sì, ma anche espressione di un profilo istituzionale. Zuppi, infatti, è da sempre uomo dell’influente Comunità di Sant’Egidio: nel 1990, dopo quindici anni di guerra, è stato uno dei mediatori nelle trattative tra il governo del Mozambico (allora controllato dai socialisti) e i ribelli conservatori. Ad ogni modo, da Sant’Egidio ai centri sociali bolognesi, il posizionamento di Zuppi ha sempre avuto una precisa matrice progressista. Lui, probabilmente, rifiuterebbe qualsivoglia etichetta: “Per me è normale parlare con tutti”, disse in mezzo ai “compagni” nel centro sociale Tpo di via Casarini. Si ricordano, però, le sue parole non proprio di stima nei confronti dei sovranisti, che definì durante un intervento a una scuola di formazione promossa dal Movimento cristiano lavoratori (Mcl) degli “indipendentisti che di certo non fanno bene al Paese”.

In queste ore il nuovo numero uno dei vescovi italiani ha comunque ricevuto congratulazioni trasversali: molto entusiasmo a sinistra, dove se ne sottolinea l’impegno nella lotta alle diseguaglianze, ma gli auguri sono giunti anche da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Felice della nomina il mondo dell’associazionismo cattolico e un cenno di favore lo esprime anche le comunità Lgbt: Fabrizio Marrazzo, portavoce del Partito Gay, spiega all’Adnkronos di guardare con interesse alla nomina “per capire”, dice, “se le sue parole, di accoglienza nei confronti del mondo Lgbt, si tramuteranno in indicazioni concrete per abbattere le tante discriminazioni e barriere che ancora esistono”. Dal canto suo l’arcivescovo di Bologna commenta così il nuovo ruolo che dovrà ricoprire: “Cercherò di fare del mio meglio, ce la metterò tutta”. Ha dunque ringraziato il Signore e i vescovi in assemblea per la fiducia e ha infine aggiunto: “Sono rimasto colpito dalle parole di Bassetti, comunione e missione. Sono le stesse parole che sento nel cuore per questo mandato”.

Sbagliava chi prevedeva che Papa Francesco gli avrebbe “risparmiato” la nomina a presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) per non “bruciarlo” in vista del prossimo conclave. Chissà, forse il cardinale Matteo Maria Zuppi, attuale arcivescovo di Bologna, diventerà comunque Pontefice, ma eventualmente lo farà passando prima dalla presidenza dei vescovi italiani. Oggi, infatti, è stato nominato da Bergoglio presidente della Cei succedendo al cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia, che avendo compiuto 80 anni il 7 aprile, per raggiunti limiti di età è decaduto da ogni incarico ricoperto nella Curia romana. E così Papa Francesco ha sciolto le riserve scegliendo il 66enne romano dopo aver ricevuto dall’assemblea della Cei, come da prassi, una terna di nomi: oltre a Zuppi, i candidati erano il cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo metropolita di Siena, e mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale.

Prima della nomina nel capoluogo emiliano Zuppi – che nell’ottobre 2019 Francesco ha creato cardinale – era stato vescovo ausiliare di Roma Centro. È qui, nella capitale, che fin dagli albori del suo ministero sacerdotale si è guadagnato la nomina di “prete di strada” tanto cara all’attuale Pontefice. Era il 1982 quando, da vice-parroco nel rione di Trastevere, occupava un palazzo con una quarantina di tossicodipendenti della zona, per attirare l’attenzione delle autorità sulla problematica allora impellente della droga. L’avvenimento ebbe una discreta eco mediatica perché non era certo abituale – almeno a quei tempi – che un sacerdote cattolico prendesse parte alla pratica dell’occupazione di uno stabile. Ma Zuppi per indole non è tipo che ha mai disdegnato i gesti di rottura. Nel 2018, già da arcivescovo di Bologna, è stato il primo vescovo italiano a mettere piede dentro un centro sociale, il Tpo di via Casarini. Lo ha fatto in occasione della presentazione di “Terra, casa, lavoro”, volume edito da Ponte alle Grazie che raccoglie tre dialoghi di Papa Francesco agli incontri mondiali dei movimenti popolari avvenuti a Roma nel 2014 e nel 2016 e a Santa Cruz nel 2015.

Gesti di rottura sì, ma anche espressione di un profilo istituzionale. Zuppi, infatti, è da sempre uomo dell’influente Comunità di Sant’Egidio: nel 1990, dopo quindici anni di guerra, è stato uno dei mediatori nelle trattative tra il governo del Mozambico (allora controllato dai socialisti) e i ribelli conservatori. Ad ogni modo, da Sant’Egidio ai centri sociali bolognesi, il posizionamento di Zuppi ha sempre avuto una precisa matrice progressista. Lui, probabilmente, rifiuterebbe qualsivoglia etichetta: “Per me è normale parlare con tutti”, disse in mezzo ai “compagni” nel centro sociale Tpo di via Casarini. Si ricordano, però, le sue parole non proprio di stima nei confronti dei sovranisti, che definì durante un intervento a una scuola di formazione promossa dal Movimento cristiano lavoratori (Mcl) degli “indipendentisti che di certo non fanno bene al Paese”.

In queste ore il nuovo numero uno dei vescovi italiani ha comunque ricevuto congratulazioni trasversali: molto entusiasmo a sinistra, dove se ne sottolinea l’impegno nella lotta alle diseguaglianze, ma gli auguri sono giunti anche da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Felice della nomina il mondo dell’associazionismo cattolico e un cenno di favore lo esprime anche le comunità Lgbt: Fabrizio Marrazzo, portavoce del Partito Gay, spiega all’Adnkronos di guardare con interesse alla nomina “per capire”, dice, “se le sue parole, di accoglienza nei confronti del mondo Lgbt, si tramuteranno in indicazioni concrete per abbattere le tante discriminazioni e barriere che ancora esistono”. Dal canto suo l’arcivescovo di Bologna commenta così il nuovo ruolo che dovrà ricoprire: “Cercherò di fare del mio meglio, ce la metterò tutta”. Ha dunque ringraziato il Signore e i vescovi in assemblea per la fiducia e ha infine aggiunto: “Sono rimasto colpito dalle parole di Bassetti, comunione e missione. Sono le stesse parole che sento nel cuore per questo mandato”.

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