L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Rizzo, ex compagno i migranti li aiuta ma “a casa loro” e fa il sovranista contro Bruxelles

di Ivano Tolettini -


C’è un paradosso che cammina in campagna elettorale con passo sicuro, voce tonante e un lessico che somiglia più al sovranismo muscolare che al leninismo novecentesco. Marco Rizzo, già enfant terrible della sinistra comunista, ex braccio destro di Armando Cossutta, oggi è il candidato outsider che irrompe nel panorama veneto come una scheggia impazzita, ma con un messaggio precisissimo: “Serve un Veneto sovrano. E ai migranti si dà una mano, sì, ma a casa loro”. Il politico che un tempo difendeva l’Unione Sovietica oggi punta dritto allo Statuto speciale, sul modello Friuli-Venezia Giulia. Una mutazione politica completa: dalla falce e martello al leone di San Marco, dalla critica al capitalismo alla sfida frontale all’Europa. “L’Italia dev’essere liberata dalla burocrazia guerrafondaia di Bruxelles – attacca – e il Veneto deve liberarsi dall’immobilismo romano”. Un ribaltone ideologico che strappa più di un sopracciglio anche a sinistra, ma che Rizzo rivendica con naturalezza: “Destra e sinistra hanno tradito. Io dico ciò che farò e farò ciò che dico”. Il suo programma, agganciato alla lista Democrazia sovrana e popolare , è un mosaico che mescola autonomia spinta, identità veneta e misure sociali radicali. La promessa madre resta lo Statuto speciale: competenze più ampie, bandiera veneta accanto al tricolore “in sostituzione del vessillo inutile dell’Unione europea”, burocrazia semplificata attraverso autocertificazioni “per ogni pratica”.

La sanità secondo Marco Rizzo

Sulla sanità, Rizzo sfodera toni quasi sindacali: “Serve tornare all’unità sanitaria, basta aziendalismo. Bisogna aumentare gli stipendi dei sanitari, investire sulla medicina di prossimità, accorciare le liste d’attesa”. Una crociata che parte dai numeri che snocciola con precisione chirurgica: “In Italia quattro milioni di persone rinunciano a curarsi. In Veneto sono trecentomila. È un dramma sociale». Poi c’è l’immigrazione. Qui l’ex compagno diventa molto più simile al generale Vannacci, con cui ammette una qualche sintonia, che alla sua vecchia comunità politica. “Aiutiamoli in Africa”, osserva, proponendo investimenti diretti e stop a ciò che definisce “l’invasione organizzata”. Lontanissimo da quell’accoglienza “senza se e senza ma” che un tempo sventolava nelle piazze. Tra i punti forti, un salario minimo regionale con integrazione pubblica, l’abolizione degli effetti della Bolkestein, dazi regionali per compensare le Pmi e una riduzione “del 10% di ogni tassa”. Un elenco muscolare che ha conquistato anche Mauro Corona, scrittore-alpinista che non ha mai nascosto la sua simpatia per i ribelli politici.
Rizzo è appeso ai voti per superare la soglia di sbarramento tra il 3 e 4%. “Chi sta con me ha il vincolo di mandato. Se non rispetta il programma, va a casa”. Una promessa che fa vibrare le corde dell’elettorato più deluso, quello che non crede più ai partiti, quello che guarda al Veneto come a una terra da difendere e rilanciare. Resta una domanda, quasi antropologica: che cosa resta del Rizzo di ieri? Forse solo la furia polemica. Ma è una furia che oggi indossa il tabarro del venetismo, cavalca il malcontento contro Bruxelles e dice di voler aiutare i migranti, purché a casa loro. E in una campagna elettorale senza scosse, la sua metamorfosi è almeno un elemento di spettacolo.


Torna alle notizie in home