Eppur si muove. Di poco, pochissimo. Ma è pur sempre qualcosa. Ieri l’Istat ha snocciolato tutta una serie di dati. Che restituiscono il quadro di un Paese che, a passo lento, tenta di rimettersi in carreggiata. Sale, di pochissimo, il prodotto interno lordo. Bene, seppur di un’incollatura, anche l’export. Non male i risultati legati all’inflazione che, a novembre, indietreggia ancora. Mentre altrove, come in Germania (e questa per noi non è per nulla una buona notizia), il livello dei prezzi continua a salire.
Eppur si muove, tutti i numeri Istat
Sul fronte dei conti economici, le cose vanno piano. Ma vanno. La crescita, su base annua, si conferma di mezzo punto percentuale. Frutto del combinato disposto che vede salire il valore aggiunto dell’agricoltura e dei servizi (rispettivamente +0,8% e +0,2%) ma cedere quello dell’industria (-0,3%). Rispetto al trimestre precedente, la crescita è più che altro sul crinale della stagnazione: +0,1%. Ma, rispetto allo stesso periodo del 2024, il Pil è salito dello 0,6%. Sul fronte della produttività, si segnalano in crescita dello 0,7% le ore lavorate e dello 0,6% le unità di lavoro. Si stimano in aumento i redditi di lavoro dipendente pro-capite per lo 0,8%. Sempre meglio che niente, per carità. Ma l’Italia resta il Paese in cui i salari reali sono tra i più bassi d’Europa.
L’inflazione segna il passo
Meno male che, sul fronte inflazione, le notizie non sembrano così cattive. Perché, a novembre, il trend dell’aumento dei prezzi è pari, sull’anno, all’1,2% mentre, rispetto a ottobre, si segnala una decrescita pari allo 0,2%. Scende la corsa dei beni alimentari (il cui prezzo sale “solo” dell’1,4% rispetto all’1,9% di ottobre). Ed è in ulteriore frenata il carrello della spesa: a novembre sale dell’1,9% rispetto al +2,1% del mese precedente.
Lo strano caso del commercio estero
Non sono meno interessanti i dati sul commercio estero. La congiuntura parla di segno meno. L’analisi offerta dall’Istat, però, offre una ciambella di salvataggio. Che rinvia i nunzi di sventura. In pratica, spiegano da via Cesare Balbo, se è vero che a ottobre i flussi dell’export extra Ue a 27 sono scesi del 3,7% (con la contestuale diminuzione dell’import pari allo 0,6%). Ma ciò è dovuto al fatto che a settembre s’era brindato alle vendite nel settore navale che avevano fatto impennare le quote (e il valore dell’export). In pratica, una distorsione ottica. Che, se a settembre non doveva indurre a un entusiasmo smodato, adesso su ottobre non deve condurre a una depressione insensata. Al netto di quell’exploit, difatti, si stimerebbe una crescita congiunturale dell’export pari allo 0,2%. Poco, pochissimo. Ma, comunque, qualcosa.
Non è tracollato l’export vs gli Usa
Intanto emergono anche i numeri sul dialogo commerciale con i Paesi stranieri. E, sorpresa (ma nemmeno troppo), il commercio con gli Stati Uniti non è colato a picco ma fa segnare un incremento annuo che sfiora il 10% (per la precisione, il 9,6%). Bene pure il commercio transfrontaliero con la Svizzera (+34,9%), il dialogo con l’area Opec (+15,7%) e il Giappone (+7,2%). Crollano, invece, le esportazioni verso il Regno Unito (-12,6%) e la Cina (-5,8%). C’è un dato, assai interessante, che riguarda le importazioni. Quelle dall’America volano, letteralmente, a +89,4% mentre, con la Cina, l’import cresce a doppia cifra ma in maniera più modesta (+13,1%). Meglio fanno le importazioni dall’area Mercosur (+26,8%). Un dato, quest’ultimo, che non piacerà troppo agli agricoltori.
Una questione di surplus
È importante, inoltre, segnalare come il surplus commerciale dell’Italia sia cresciuto di 5.321 milioni di euro (erano “solo” 5.269 milioni nello stesso mese del 2024). E ciò mentre il deficit energetico del Paese ( pari a -3.428 milioni) risulti inferiore rispetto a un anno prima (-4.770 milioni). L’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici scende da 10.039 milioni di ottobre 2024 a 8.749 milioni di ottobre 2025. Complessivamente, da dieci mesi a questa parte, l’avanzo commerciale netto si attesta a 40,6 miliardi di euro. In calo di cinque miliardi circa rispetto al 2024. Ma un anno fa non c’erano i dazi.
Insomma, i numeri non mentono. E restituiscono il quadro in cui qualcosa, lentamente, si muove. Nonostante tutto. E questo, in un momento in cui partner fondamentali per l’economia italiana, come la Germania, incespicano e si aggrovigliano attorno all’esplosione dell’inflazione (stimata da Destatis a +2,6%, più del doppio del trend italiano), è già qualcosa. Eppur si muove. O, se preferite, chi si accontenta gode.