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Economia

L’energia manda in bolletta l’industria italiana

Tagli alla produttività per gestire i costi dell'energia: così non si va avanti

di Cristiana Flaminio -


L’industria italiana rischia di finire in bolletta. Un motore che sta finendo l’energia: la manifattura, o meglio ancora l’industria italiana, continua a sobbarcarsi il peso di bollette troppo alte. Con il rischio, esiziale, di finire tutti a carte quarantotto. Ieri il centro studi di Confindustria ha snocciolato numeri e cifre legati alla manifattura italiana. Lo stato di salute dell’industria nazionale è precario. Perché è appeso a un filo. O meglio a una bolletta.

La bolletta dell’industria italiana

È tra le più care d’Europa. Questa non è mica una novità. Purtroppo. Le elaborazioni di Confindustria, tratte su dati Eurostat e Gme 2025, rivelano il peso, insostenibile, della bolletta per l’industria italiana. Nel primo semestre di quest’anno, le aziende del nostro Paese hanno pagato l’energia al prezzo di 278 euro al megawattora. Un (bel) po’ di più di quanto hanno dovuto sborsare le industrie tedesche (242 euro). E (molto) di più rispetto la media dell’Ue, stimata in 216 euro al MWh. In pratica, le aziende italiane hanno pagato bollette “maggiorate” del 30% rispetto a quelle delle imprese dell’area europea. Il paragone con Francia e Spagna, dove nel mix energetico c’è pure il nucleare, è impietoso. Le aziende transalpine hanno pagato l’energia a 183 euro al megawattora, quelle spagnole addirittura a 171 euro. L’Italia rimane inchiodata a pagare prezzi altissimi anche a causa del fatto che il gas rappresenta il 70% del mix. L’unica speranza è che, con le continue diminuzioni del prezzo e gli acquisti in blocco dagli Stati Uniti, si avveri la promessa del ministro Gilberto Pichetto Fratin e il gas arrivi davvero a costare meno.

I traumi del Covid e della guerra

Da quando s’è palesata la pandemia, non s’è più avuta pace. Confindustria ha svelato che, rispetto al pre Covid ossia al periodo tra il 2018 e il 2019, oggi l’incidenza del costo dell’energia per le aziende è di un intero punto superiore. Per non finire in bolletta a causa del prezzo spropositato dell’elettricità, l’industria italiana è stata costretta a limare la produttività. Una scelta che, di sicuro, gli imprenditori italiani non hanno preso a cuor leggero. Ma che è diventata obbligata dopo lo choc del 2022 quando, con l’inizio delle ostilità tra Russia e Ucraina, s’è verificato sui mercati europei un turbinoso aumento dei costi legato alle materie prime energetiche. Per restare vivi, l’unica era abbassare la produttività. Che, da allora fino a oggi, è scesa dell’8%. Ciononostante, per Confindustria, la manifattura italiana rimane l’ottava al mondo per dimensioni, generando il 15% del Pil nazionale e rappresentando il 2,1% del valore aggiunto manifatturiero globale, e il 13% di quello europeo. E, da viale dell’Astronomia, ci tengono a far sapere che l’industria garantisce, nel Paese dei salari bassi e dove, come ha ribadito di recente Eurostat le paghe reali non si muovono e anzi retrocedono, retribuzioni più elevate rispetto ai servizi, costruzioni e settore pubblico (rispettivamente del 20, 21 e 8,3%).

“No a nuove tasse sul fossile”

Il peggio che potrebbe capitare ora a un’industria che è già in bolletta, sarebbe di dover pagare nuove e ulteriori tasse sull’energia prodotta da fonti fossili. Una iattura che non risparmierebbe nessuno dal momento che, in Italia, il gas gioca un ruolo preponderante nella produzione di energia. Un’ipotesi rispetto a cui Confindustria si ribella: “Pensare di aumentare le tasse sulla produzione energetica da fonti fossili significa essere slegati dalla realtà”, ha detto il delegato per l’energia Aurelio Regina all’evento Match Point Europa a Roma. Riferendosi alle discussioni in corso all’Ecofin, Regina ha ricordato ai signori dell’Ue che “i temi oggetto di discussione sono iniziati nel 2021 quando il mondo era radicalmente diverso”. La pandemia era da poco alle spalle, la guerra era nell’aria ma non c’era. E nessuno pensava di dover rinunciare al gas russo.

La mossa del Mase

Intanto, oggi, il Ministero dell’ambiente e della Sicurezza energetica aprirà la finestra per presentare le richieste relative alla compensazione dei costi indiretti legati alle emissioni di carbonio del 2024. Si comincia alle 9, deadline alle 18 del 4 dicembre. Il bando consentirà a chi farà domanda l’accesso al fondo per la transizione energetica nel settore industriale. Che conta su una dotazione da 600 milioni di euro. La procedura è aperta alle imprese energivore ad alto rischio di rilocalizzazione. Si tratta, in pratica, di un modo come un altro per evitare che gli impianti produttivi fuggano via, dove non ci sono parametri sul carbonio da rispettare, a differenza dell’Italia e dell’Europa. Un fenomeno di cui, per ovvie ragioni e pratico pudore, si parla poco. Ma che ha un nome, ovviamente in inglese, già individuato: carbon leakage.


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