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Politica

L’Italia del fare appesa alla scrivania di un giudice o di un burocrate

Da una parte, l’idea di un’Italia che collega territori, supera divisioni, accorcia distanze. Dall’altra, un sistema che non concede sconti. Un Paese che discute all’infinito

di Angelo Vitale -


L’Italia del fare appesa alla scrivania di un giudice o di un burocrate. Il Ponte sullo Stretto di Messina, per la Corte dei conti, alla casella di partenza. I giudici di viale Mazzini hanno acceso sul progetto un faro freddo mettendo in discussione la delibera Cipess indirizzata a blindare risorse, tempi e procedure. E messo in fila le loro ragioni con linguaggio tecnico, quasi chirurgico. Violata, secondo loro, la direttiva europea sugli habitat naturali per la famosa delibera Ue.

L’Italia del fare appesa alla scrivania di un giudice o di un burocrate

Il governo, nel frattempo, prepara la risposta. Il vicepremier Matteo Salvini difende il progetto promuovendo la visione di crescita e modernizzazione alla base dell’iniziativa. Ma la scena sembra sempre la stessa: un cantiere immaginato, poi sospeso, poi rilanciato, poi rimbalzato tra norme, pareri, ricorsi, interpretazioni, delibere corrette e delibere impugnate.

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L’Italia vive dentro questo perenne tiro alla fune. Chi progetta un’opera sogna un futuro più veloce. Chi la esamina smonta ogni passaggio con la puntualità di un controllore di biglietti tutto compreso nel suo ruolo, in un treno che non parte: non gli sembra interessare la sorte complessiva dei suoi passeggeri.

Opere pubbliche continuamente bloccate dalle polemiche

Il Ponte non è un caso isolato. Il Paese inciampa da decenni nei suoi stessi cavilli. Il Mose di Venezia offre l’esempio più noto. La città affonda da anni, ma l’opera che dovrebbe salvarla si muove tra accuse di danno ambientale, scandali, costi fuori controllo. Ogni passo del progetto, un confronto feroce. Ambientalisti e comitati, da sempre, impegnati a denunciare gli impatti sulla laguna. Ma, ogni volta, le nuove maree sono un fatto. Senza barriere, quanto durerebbe ancora Venezia?

Nella storia dell’autostrada più nota del Sud, un copione simile. La Salerno–Reggio Calabria ha sempre avanzato a strappi. Ogni lotto, sotto revisione. Le prescrizioni ambientali si moltiplicano. Una falda d’acqua scoperta all’improvviso blocca un tratto previsto.

La politica annuncia accelerazioni e inaugura rendering, ma la realtà resta lenta. I comitati locali urlano contro il rischio idrogeologico. Tutti si dimenticano delle possibili soluzioni. E ogni volta, il tracciato in discussione.

Ovunque, le opere ritenute necessarie da chi le programma soffrono questa possibile scure. Viadotti, iniziative portuali, ponti. Ogni volta il dibattito si incendia. Ogni volta i cantieri si spengono.

La fotografia di un’Italia in perenne contraddizione. I governi annunciano la rivoluzione delle infrastrutture. Poi, dietro una scrivania, un giudice o un burocrate è pronto a dare la propria vita per difendere un modello che non tollera imprecisioni e a bloccare “l’Italia del fare”.

Le carte devono combaciare. Gli allegati devono seguire norme stratificate. Ogni firma conta più del progetto. E così ogni timbro può rallentare un cantiere.

Il Ponte, simbolo perfetto

Il Ponte sullo Stretto, simbolo perfetto. Da una parte, l’idea di un’Italia che collega territori, supera divisioni, accorcia distanze. Dall’altra, un sistema che non concede sconti. Un Paese che discute all’infinito. Sogna opere gigantesche e le vede affondare nel pantano delle procedure. Vuole il futuro ma lo guarda dalla sala d’attesa.


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