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Ucraina, Witkoff a Berlino e l’errore fatale dell’Europa

Witkoff a Berlino per la pace tra Russia e Ucraina. Le accuse di Vecchioni, Zelensky logorato e l’Europa che alimenta la guerra.

di Anna Tortora -


Steve Witkoff a Berlino per incontrare i leader europei e Volodymyr Zelensky. L’obiettivo dichiarato è chiaro: portare avanti le trattative per fermare la guerra con la Russia entro la fine dell’anno. Un obiettivo che a Washington appare realistico, mentre a Bruxelles sembra quasi un atto di lesa maestà.
Zelensky appare stanco, politicamente logorato, sempre più prigioniero di una narrazione che non controlla più. Sostenuto da un’Europa che lo incita a resistere, ma che in realtà lo condanna a una guerra senza sbocco. I “volenterosi” continuano a promettere una vittoria che sul campo non si vede, mentre il Paese sprofonda.

Le domande proibite su Zelensky e la corruzione

Ed è qui che, come osserva Domenico Vecchioni, storico e già ambasciatore d’Italia, si impone una domanda che nessuno osa porre “per non essere accusato di blasfemia”:
«Di fronte al fiume di corruzione che ha investito alcuni tra i più stretti collaboratori (e amici personali) di Zelensky: ma il Presidente ucraino era cieco e sordo o era complice?»
Una domanda brutale, alla quale Vecchioni aggiunge una conclusione altrettanto netta:
«In entrambi i casi ne esce malissimo.»

Da qui discende un secondo interrogativo, ancora più scomodo:
«Perché gli europei devono continuare a sostenere un regime corrotto, un sistema assai poco democratico, uno Stato fallito, un Presidente “scaduto”?»
La risposta automatica è sempre la stessa: la Russia ha violato il diritto internazionale, l’inviolabilità delle frontiere. È vero. Gli ucraini si sono difesi, e bene hanno fatto. Era giusto. Era inevitabile. Ma questo non può diventare l’alibi per una guerra senza fine, per la sospensione del giudizio politico, per la rinuncia alla diplomazia.

Diritto internazionale a fasi alterne e l’illusione bellica

Come ricorda Vecchioni, il diritto internazionale non è un menu selettivo:
«Bene. E le violazioni dell’Ucraina per non avere rispettato le Convenzioni internazionali sulla protezione delle minoranze e il principio dell’autodeterminazione dei popoli?»
Alla richiesta di tutela delle minoranze russofone, Kiev ha risposto nel modo più radicale possibile:
«Alla richiesta di rispetto delle minoranze russofone, Kiev ha risposto vietando per legge l’uso della lingua russa! Tanto per fare un esempio.»
E mentre questi fatti vengono rimossi dal racconto ufficiale, si continua ad alimentare una narrazione priva di fondamento:
«Ma la Russia vuole invadere l’Europa, si afferma, senza però presentare la benché minima prova che alla base della strategia di Putin ci sia la volontà di “arrivare fino a Lisbona”. Un totale nonsense.»
L’Unione europea, anziché tutelare i propri cittadini, ha scelto un’altra strada. Come sottolinea Vecchioni:
«Invece di fare gli interessi degli europei, si ingegna per boicottare le proposte americane per una possibile fine della guerra e non fa che alimentare il fuoco della guerra.»
Una strategia che produce effetti devastanti:
«Illudendo il guitto Zelensky che la vittoria è ancora possibile e facendo derivare le economie dei Paesi membri verso “economie di guerra”, dove tutto si sacrifica sull’altare del riarmo.»

La pace come atto politico

Gli ucraini si sono difesi. E hanno fatto bene.
Ma è tempo di dirlo senza ipocrisie, senza propaganda, senza paura: è ora di porre fine a questo massacro.
Intanto, mentre Bruxelles predica e moralizza,
«nel Donbass si continua a morire!»
E la domanda, a questo punto, è inevitabile:
«Ma la vogliamo smettere?»
Il giudizio politico è netto:
«Bruxelles sull’Ucraina ha sbagliato tutto e, ciò che preoccupa, continua a farlo.»
E il prezzo di questo fallimento non è solo strategico, ma identitario:
«L’ideale europeo, dell’Europa Unita, dell’Europa “federale” è sempre più lontano dal cuore degli europei, che non si riconoscono più nell’Europa bellicista di von der Leyen e Macron, avendo perduto per sempre quella della grande tradizione diplomatica di Schumann, Adenauer e De Gasperi.»
Mentre Witkoff prova a riaprire uno spiraglio a Berlino, l’Europa resta ferma, prigioniera di una guerra che non sa vincere e di una pace che non vuole cercare. E questa, forse, è la sua colpa più grave.

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