Il Mostro di Firenze: una suora con un segreto, un foglio ingiallito e Fedez in versione investigatore
Il passato bussa alla porta (con un podcast)
Mentre la serie Netflix Il Mostro ancora ci toglie il sonno, la realtà si permette di essere più inquietante della finzione. È successo durante una puntata del Pulp Podcast di Fedez e Mr. Marra: una ex suora si presenta con un documento dattiloscritto degli anni Settanta. Non un foglio qualunque, ma una possibile mappa di nomi, sigle e cifre che potrebbero collegare uno degli indagati a un presunto gruppo organizzato. La donna, che negli anni Novanta assisteva spiritualmente un detenuto legato al caso, giura che quell’uomo fosse innocente. O almeno, non l’unico colpevole.
Il Cnr ha analizzato carta e battitura: tutto compatibile con l’epoca. Ma questo cosa significa davvero? Che abbiamo ancora un pezzo del puzzle? O che qualcuno sta giocando con i fantasmi del passato? I nomi sul documento, a quanto pare, sono già emersi nelle indagini. Coincidenza? Forse sì. Ma quando si parla del mostro di Firenze, le coincidenze sono sempre troppe.
Sedici morti che non trovano ancora pace
Torniamo indietro nel tempo. Siamo in Toscana, tra il 1968 e il 1985. Sedici persone uccise in otto duplici omicidi. Coppie appartate nelle campagne fiorentine, massacrate con la stessa pistola: una Beretta calibro 22 con proiettili Winchester serie H. Un’arma mai ritrovata, come se fosse sparita nel nulla o sepolta insieme ai segreti del suo proprietario.
Il modus operandi era agghiacciante nella sua ritualità: colpiva sempre di notte, sempre coppie, sempre con la stessa ferocia chirurgica. Le vittime non avevano scampo. Il killer – o i killer – conoscevano quei luoghi come le proprie tasche. E dopo ogni omicidio, il silenzio. Mesi, a volte anni, prima del successivo attacco. Come se qualcuno aspettasse il momento giusto, studiasse, pianificasse e colpisse.
L’Italia intera ha vissuto nel terrore. Le campagne fiorentine, un tempo sinonimo di romanticismo e libertà, sono diventate teatro dell’orrore e della morte. Intere generazioni di toscani hanno smesso di cercare intimità sotto le stelle, terrorizzati dall’idea che il mostro potesse materializzarsi dal buio.
Le piste che portavano ovunque (e da nessuna parte)
Le indagini sono state un labirinto di false partenze, depistaggi e sospetti. Prima la pista che ha portato all’arresto di alcuni sardi residenti in Toscana. Poi Pietro Pacciani, il contadino di Mercatale, condannato in primo grado e assolto in appello. I suoi presunti “compagni di merende”, Mario Vanni e Giancarlo Lotti, finiti in carcere con condanne definitive. Ma le ombre non si sono mai cancellate del tutto.
C’è chi ha parlato di sette esoteriche, chi di un gruppo di notabili insospettabili, chi di un lone wolf privo di complici. Ogni pista sembrava promettente, ogni arresto definitivo. Fino a quando non si sgretolava tutto.
Il mostro di Firenze: Netflix riapre le ferite
La serie “Il Mostro”, diretta da Stefano Sollima e uscita nell’ottobre 2025, ha riacceso i riflettori sul caso. Milioni di spettatori hanno rivissuto quegli anni di paura, scoprendo dettagli agghiaccianti e incongruenze investigative. La prima stagione si chiude senza risposte, concentrandosi sulla pista sarda e introducendo solo negli ultimi istanti la figura di Pacciani.
La sensazione è quella di un racconto incompiuto, perché il caso stesso lo è. E forse lo resterà per sempre. Netflix non ha ancora annunciato una seconda stagione, ma il finale aperto lascia intendere che la storia non sia finita. Proprio come nella realtà, dove ogni nuova rivelazione – come il documento della suora – riapre dubbi che credevamo sepolti.
Il mostro che non muore mai
Quello che davvero inquieta del mostro di Firenze non sono solo gli omicidi. È il fatto che, dopo quarant’anni, non abbiamo ancora certezze. È l’idea che qualcuno – forse ancora vivo, forse morto con il suo segreto – abbia portato via sedici vite e sia riuscito a farla franca. O che qualcun altro abbia pagato per colpe non sue, almeno su questo caso.
Il documento emerso dal podcast potrebbe essere l’ennesimo falso indizio, un’altra distrazione in un caso che ne ha viste troppe. Oppure potrebbe essere il tassello mancante. Ma chi può dirlo? Gli investigatori dell’epoca hanno combattuto con mezzi limitati, pressioni politiche e un’opinione pubblica affamata di trovare “rapidamente” colpevoli. Oggi abbiamo tecnologie sofisticate, ma il tempo ha cancellato molte prove e troppi possibili testimoni.
La vera domanda è: vogliamo davvero sapere? O preferiamo che il mostro resti un’ombra, un incubo collettivo che ci ricorda quanto possa essere fragile e precaria la nostra sicurezza? Sedici morti meritano giustizia, questo è certo. Ma giustizia vera, non quella costruita su processi-spettacolo e capri espiatori.
Intanto, il mostro continua a ossessionarci. Serie tv, podcast, libri e documentari. Come se, in qualche modo perverso, non riuscissimo a lasciarlo andare, forse perché significherebbe ammettere che il male può vincere, che alcuni misteri non trovano soluzione, che la giustizia non sempre trionfa.
E questo, più di qualsiasi mostro, ci fa davvero paura.
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