Magistratura in crisi: ANM tra propaganda e fiducia perduta
ANM tra arroganza e vittimismo mina la magistratura. Riforma e propaganda al centro della crisi: fiducia, autorevolezza e democrazia a rischio
La magistratura come istituzione sotto pressione
Qualunque sia l’esito del voto, l’Associazione Nazionale Magistrati ne esce sconfitta. E con essa, purtroppo, una parte della credibilità della magistratura come istituzione di garanzia.
La sua esposizione pubblica, esasperata e militante, l’ha trasformata in un attore politico a tutti gli effetti, trascinandola fuori dal perimetro della funzione costituzionale e dentro la contesa ideologica. Il prezzo è altissimo: autorevolezza erosa, fiducia compromessa, ruolo indebolito.
Il dibattito sulla riforma non è un attacco alla magistratura. È un’occasione per ristabilire confini chiari, ridurre la politicizzazione, proteggere l’autonomia senza trasformarla in contrapposizione sistematica. È la possibilità di tornare a una magistratura forte, sobria, autorevole. È la possibilità di tornare a essere arbitro, non parte.
Il punto cruciale non è la perfezione delle regole. Nessuna riforma lo è. Il punto è la direzione istituzionale.
Autonomia non significa assenza di limiti. Indipendenza non può tradursi in contrapposizione sistematica agli altri poteri dello Stato. Quando ciò accade, non siamo più di fronte a un equilibrio costituzionale, ma a uno squilibrio che logora la democrazia.
Un No, o la sola opposizione alla riforma, non sanerebbe nulla. Accentuerebbe le tensioni, radicalizzerebbe lo scontro, trasformerebbe la delegittimazione in una spirale pericolosa. Una spirale in cui la magistratura rischia di essere percepita non come arbitro, ma come parte. E quando il giudice diventa parte, la fiducia dei cittadini evapora.
ANM tra arroganza e vittimismo
E qui emerge la contraddizione dell’ANM. Prima arrogante, protagonista dei proclami e dei manifesti allarmistici, poi vittima indignata quando criticata. Prima l’attacco politico, poi il piagnisteo morale. Come possono i cittadini fidarsi di chi cambia ruolo a seconda della convenienza? Come può la magistratura conservare autorevolezza quando chi dovrebbe rappresentarla si muove come attore politico e, subito dopo, si fa passare per perseguitato?
La magistratura associata, e ogni singolo magistrato, deve porsi una domanda semplice ma fondamentale: cosa resterà della credibilità di un’istituzione fondamentale per la democrazia dopo questa campagna referendaria?
Perché qui non siamo più nel terreno del dissenso legittimo. Siamo nel terreno scivoloso della propaganda.
All’ANM viene contestata una campagna senza precedenti: manifesti e messaggi giudicati da più parti falsi, esagerati, tendenziosi. Emblematico il manifesto con la domanda: «Vorresti giudici che dipendono dalla politica?»
Secondo alcuni avvocati, il messaggio sarebbe fuorviante e potrebbe configurare un potenziale reato (art. 656 c.p.), perché genera allarme tra i cittadini. Non si tratta di accuse personali, ma di opinioni professionali riportate pubblicamente.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Interrogazioni parlamentari hanno chiesto al Ministro della Giustizia di chiarire i fatti. Avvocati e politici hanno denunciato quella che è stata definita una “propaganda ingannevole senza precedenti”. La credibilità di un’istituzione fondamentale è a rischio. Non per nemici esterni. Ma dall’interno.
Crisi della magistratura: chi perde davvero
Qualunque sia l’esito del referendum, la magistratura esce indebolita. La percezione pubblica cambia. La fiducia nei giudici si incrina. La democrazia stessa ne soffre.
Restano domande che pesano come macigni: vogliamo una magistratura percepita come parte in gioco o come garante imparziale? Vogliamo che la politica entri nelle aule giudiziarie attraverso la propaganda, invece che attraverso la legge?
Oggi si apre un bivio: continuare nella delegittimazione reciproca, oppure rafforzare l’istituzione restituendole credibilità e autorevolezza.
Chi perde davvero non è il Sì o il No.
Chi perde è la magistratura.
Chi perde è la fiducia dei cittadini.
Chi perde, in definitiva, è la democrazia stessa
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