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Attualità

L’audizione alla Camera sulla violenza di genere online

di Priscilla Rucco -


Comprendere per riconoscere e prevenire la violenza di genere online. Ieri a Palazzo San Macuto, la Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio si è riunita per ascoltare Barbara Giovanna Bello, ricercatrice dell’Università della Tuscia. La presidente Martina Semenzato apre i lavori sapendo che il tema in discussione tocca la vita quotidiana di milioni di persone: la violenza di genere online.

La violenza di genere online: una violenza “invisibile”

Non lascia segni visibili, non ha bisogno di minacce gridate o di mani alzate. Si perpetra nei messaggi, nelle foto condivise senza consenso, striscia nei profili falsi creati per perseguitare e controllare le vittime. È una violenza che si nasconde dietro uno schermo ma che poi distrugge vite reali. La professoressa Bello lo sa bene: da anni studia l’intersezione tra diritti, tecnologia e discriminazioni. Ha scritto e curato libri come “(In)giustizie digitali” e “L’odio online”, cercando di dare forma giuridica a fenomeni che spesso sfuggono alle fitte trame della legge.

Il suo approccio non si ferma alle norme scritte: si interessa di scoprire come funzionano nella realtà: chi proteggono davvero e chi lasciano indietro. Studia l’intersezionalità, cioè come diverse forme di discriminazione si sommano: essere donna, giovane e appartenere a una minoranza può significare essere più esposta alle violenze digitali.

Quando online e offline si confondono

Il lavoro della professoressa Bello mostra come le violenze digitali non siano separate dalla vita reale ma profondamente intrecciate. Una ragazza molestata per strada può ritrovarsi perseguitata sui social. Una donna rom può subire violenza fisica e digitale insieme, con le due forme che si rafforzano a vicenda. Il confine tra online e offline è ormai sfumato, e le leggi faticano a tenere il passo.

La Commissione sta conducendo un’inchiesta specifica su questo fenomeno. Nelle scorse settimane ha ascoltato altri esperti: dall’avvocato Luca Volpe a Barbara Leda Kenny della Fondazione Brodolini. Ogni testimonianza aggiunge un pezzo al puzzle di un fenomeno che si manifesta in mille forme: stalking digitale, body shaming, controllo ossessivo attraverso i social, fake news per screditare chi denuncia.

Un patto tra scuola, istituzioni e ragazzi

Nel suo intervento conclusivo, la presidente Semenzato ha toccato il cuore del problema: “Non basta avere leggi sulla carta se chi dovrebbe essere tutelato non sa di avere diritti, non conosce gli strumenti per difendersi, non capisce quando ciò che subisce è un reato”.

Serve una formazione trasversale, un patto tra scuola, istituzioni e ragazzi. Un’alleanza educativa che attraversi tutti i livelli. La prospettiva intersezionale diventa fondamentale: non tutte le ragazze sono uguali di fronte alla violenza digitale, non tutti hanno gli stessi strumenti per riconoscerla e contrastarla.

Durante il dibattito, l’onorevole Ferrari ha posto la domanda chiave: adottando una prospettiva intersezionale, come si può garantire che la formazione raggiunga rapidamente ed efficacemente tutti i destinatari tenendo conto delle diverse fragilità e condizioni? La dottoressa Bello ha fatto riferimento all’articolo 16 della Direttiva UE 2024/1385, che obbliga gli Stati a formare in modo mirato i professionisti a contatto con le vittime quali ad esempio: magistrati, polizia, operatori sanitari, insegnanti e personale dei centri antiviolenza. La formazione deve partire dalla fase più precoce possibile; quando ancora si possono costruire consapevolezza e strumenti di prevenzione.

Dietro ogni statistica ci sono ragazze che hanno cambiato scuola, donne che hanno cancellato tutti i profili social, madri che temono per le proprie figlie. Servono risposte rapide ed efficaci: educazione digitale nelle scuole, formazione per magistrati e forze dell’ordine, supporto psicologico per le vittime, ma soprattutto l’attenzione costante delle famiglie e piattaforme che rimuovano velocemente i contenuti violenti.

Mentre la professoressa Bello parlava in videoconferenza da Viterbo, migliaia di ragazzi stavano aprendo i loro smartphone. Alcuni vivevano momenti felici. Altri subivano in silenzio un’ennesima umiliazione, un’altra minaccia mascherata da scherzo o da sentimento puro quale l’amore. Per loro, audizioni come questa possono fare la differenza: tra sentirsi soli ed invisibili e sentirsi visti, tra rassegnarsi e cercare/trovare il coraggio di reagire c’è una linea sottile, ma che salva la vita: la conoscenza. Sapere che qualcuno, nelle “stanze del potere”, sta lavorando perché la loro voce venga ascoltata e i loro diritti protetti.


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