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Giustizia

Riforma della giustizia, l’analisi di Zanon sul voto al referendum

di Anna Tortora -


Riforma della giustizia, equilibrio dei poteri, indipendenza della magistratura e fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Ne parliamo con il professor Nicolò Zanon, giurista e Presidente del Comitato Sì Riforma.

Quali profili di coerenza sistematica con l’impianto della Costituzione del 1948 risultano maggiormente rafforzati da un esito favorevole del Sì al referendum?

“Sicuramente il ruolo del Consiglio superiore della Magistratura (o meglio, dei due CSM) nel dare garanzia a tutti i magistrati, amministrando imparzialmente la loro vita professionale. Ai sostenitori del no – che maledicono il sorteggio come modalità di scelta dei componenti togati – ciò che dico sembrerà un paradosso: ma non capiscono che proprio il ricorso al sorteggio è il modo per correggere le prassi devianti che il CSM ha assunto negli anni.

Stabilendo che i togati fossero eletti dai loro colleghi, i costituenti non potevano prevedere quel che sarebbe successo nei decenni successivi, soprattutto a partire dagli anni ’60, quando le correnti organizzate dentro l’Associazione Nazionale Magistrati hanno trasformato il CSM in una sorta di ’parlamentino’ politicizzato, nonché in una sorta di grande ufficio di collocamento e di gestione del potere all’interno della magistratura. Il sorteggio servirà a ridare ai due CSM il loro ruolo di organi di alta amministrazione, cioè proprio quello voluto dai padri costituenti, a garanzia dell’indipendenza (interna!) di ogni singolo magistrato.

Ed è allora chiaro perché l’Associazione Nazionale Magistrati combatte una campagna referendaria così dura. Il sorteggio la priva del suo potere. Rra l’altro, è sorprendente vedere tante persone, gruppi e associazioni, credere in buona fede di lottare per ’difendere la Costituzione’, quando si trovano in realtà strumentalizzate per difendere il potere dell’ANM”.

Quali problemi concreti del funzionamento delle istituzioni rendono questo referendum necessario?

“Si dice abitualmente che questa riforma non serve a risolvere i problemi concreti della giustizia. Intanto, è ovvio che, trattandosi di una riforma costituzionale, essa riguarda i principi e non i dettagli del funzionamento della macchina giudiziaria. Ma attenzione: se, con la vittoria del sì, due CSM meno lottizzati facessero, ad esempio, nomine migliori (e più veloci, non ritardate da sfibranti contrattazioni fra correnti) ai posti di presidente di Tribunale o di capo di una Procura? E se quei due CSM, ancora, producessero valutazioni di professionalità sui magistrati più serie e non accomodanti e generose (oggi i magistrati sono considerati tutti eccellenti dal CSM)? Non sarebbero già, a medio termine, due bei risultati per i cittadini utenti del servizio giustizia?

E se, con una formazione separata per i pubblici ministeri (il cui lavoro è così diverso da quello dei giudici), si insegnasse loro anche a far bene le indagini, non è che magari ci eviteremmo quel che è successo in alcuni ben noti casi di malagiustizia, incredibilmente irrisolti dopo decenni, perché, semplicemente, nessuno sapeva cosa fare sul luogo del delitto?”

Riguardo l’equilibrio tra poteri, quali garanzie risultano preservate o rafforzate dal nuovo assetto che deriverebbe dall’approvazione della riforma?

“Direi soprattutto l’indipendenza dei pubblici ministeri. E anche qui, le tesi dei sostenitori del no trovano una clamorosa smentita. Attualmente, le garanzie di indipendenza dei pubblici ministeri (articolo 107, quarto comma, della Costituzione vigente) sono rimesse alla legge ordinaria: ci devono essere, ma non sono necessariamente le stesse di quelle previste per i giudici in Costituzione. Con la riforma, le leggi ordinarie che volessero incidere sulla posizione dei pubblici ministeri dovrebbero fare i conti con quel che direbbe il nuovo articolo 104, che assicura ai magistrati della carriera requirente la medesima autonomia e indipendenza di quelli della carriera giudicante. Altro che ’giudici o pubblici ministeri soggetti alla politica’, come sostengono le fake news dei fautori del No”.

Al di là del piano giuridico, quali conseguenze istituzionali e culturali possono emergere nel rapporto tra cittadini, rappresentanza e processo decisionale?

“Dal punto di vista culturale, a medio termine, credo che la cosa più importante sia questa: tutti dovremo imparare a riconsiderare il ruolo delle Procure. Esse sono e con la riforma restano fondamentali presidi di tutela della nostra sicurezza contro la commissione di reati. Al tempo stesso, se passa la riforma, non saranno più percepite, come ora impropriamente accade, quali supremi custodi della moralità pubblica e privata. I pubblici ministeri, insomma, non saranno più “paragiudici”, che esprimono in anticipo verdetti di colpevolezza, i quali a loro volta autorizzano lo scatenarsi del linciaggio mediatico sul malcapitato di turno. I pubblici ministeri saranno invece da considerare come portatori di una tesi accusatoria “di parte”, che non può anticipare alcuna condanna, ma dovrà esser sottoposta allo scrupoloso vaglio del giudice terzo.

Un giudice che, con la separazione delle carriere, non sarà più “collega” del pm. E su questo aspetto anche l’informazione dovrà finalmente comprendere e adeguarsi, modificando profondamente la propria postura e il prrprio modo di raccontare la cronaca giudiziaria. Credo che sarà molto importante, per far recuperare ai cittadini fiducia verso la magistratura, l’istituzione di una Alta Corte disciplinare, organo autorevole e realmente “terzo” rispetto ai magistrati. Questo servirà a correggere le storture di una giustizia disciplinare che oggi, in realtà, è corporativa e perdonista e in cui, soprattutto, i togati della sezione disciplinare del CSM sono eletti dagli stessi magistrati che si troveranno poi a giudicare, con una commistione davvero inaccettabile e che non ha dato buoni risultati. Anche su questo i cittadini dovranno giudicare se conservare quel che c’è o aprirsi a un futuro migliore per la giustizia”.

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