L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Giustizia

Se lo stupro è filmato subito in galera

di Alessandro Scipioni -


​Il fatto di cronaca recente di Avezzano scuote le coscienze e impone una profonda riflessione che va oltre il singolo caso giudiziario, toccando i pilastri portanti del patto sociale.

Una sedicenne violentata in strada; una testimone che vede la scena dal balcone, dà l’allarme e filma l’aggressione col telefono, permettendo l’arresto del ventunenne accusato. Fin qui la cronaca di un intervento tempestivo. Poi il cortocircuito del sistema. Il giovane torna in totale libertà. Una decisione che, pur se inserita nelle pieghe tecniche delle misure cautelari, lascia la pubblica opinione smarrita e l’intera comunità scopre un segnale di totale vulnerabilità.

​Chi scrive si dichiara fermamente garantista, se manca la certezza assoluta della colpevolezza, nessuno può essere privato della libertà prima di una condanna definitiva.

Lo Stato non può tenere per decenni individui in carcere sulla base di sospetti non vagliati da tre gradi di giudizio. Questo principio è sacro. Tuttavia, esiste un limite logico in cui il garantismo deve sposarsi con la realtà oggettiva dei fatti e con l’efficienza dei processi, per evitare che la presunzione di innocenza si trasformi in una scandalosa ingiustizia agli occhi della vittima e della collettività.

​Ci sono casi in cui la flagranza è netta, le prove inoppugnabili e la dinamica è persino cristallizzata in un video. In queste precise circostanze, rimettere subito in libertà l’accusato ferisce il senso comune di giustizia e ingenera una rabbia sociale esplosiva.

Il rischio reale è che i cittadini smettano di credere nelle istituzioni, convincendosi che il sistema non sia in grado di punire e proteggere. Davanti a gesti di tale gravità, la remissione in libertà non dovrebbe essere nemmeno presa in considerazione dal sistema.

​La soluzione risiede in una riforma strutturale delle procedure. Se il quadro probatorio è schiacciante, il giudizio deve essere immediato, celebrato su un binario preferenziale e concluso in primo grado entro poche settimane.

Il nostro ordinamento già prevede asimmetrie rigide. La Legge Severino interdice dai pubblici uffici un amministratore condannato in primo grado, nonostante sia protetto dalla presunzione di innocenza. Se accettiamo una tale compressione per reati amministrativi, diventa un imperativo morale per una norma che, di fronte a prove evidenti di violenza sessuale, mantenga attive le misure cautelari in carcere verso un giudizio rapidissimo. I reati contro la persona non possono attendere i tempi biblici della burocrazia. Pure per l’imputato vale la presunzione di innocenza, ma con prove simili e un processo lampo le restrizioni sono del tutto giustificate.

​Superato il nodo del processo, emerge il tema della certezza della pena e della dignità della cittadinanza. Se l’autore è cittadino italiano alla nascita, lo Stato applicherà il massimo rigore carcerario previsto dalle leggi. Diverso è il discorso per coloro che sono stati accolti nella comunità o che aspirano a farne parte. Essere ammessi alla cittadinanza è un onore e un diritto politico che presuppone l’adesione incondizionata ai valori fondanti, in primis il rispetto dell’incolumità altrui.

​Una violenza così aberrante spezza per sempre il patto con la società. Pertanto, la revoca della cittadinanza acquisita per chi si macchia di reati contro la persona deve essere un dovere civile assoluto. Allo stesso modo, se il percorso di naturalizzazione è ancora in corso, la violenza deve costituire un impedimento permanente, che precluda in qualunque circostanza la possibilità di diventare italiano in futuro.


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