L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Milano-Cortina e il caso Heraskevych: la scelta difficile ma coerente del CIO

di Laura Tecce -


In occasione dei gradi eventi internazionali la tentazione di trasformare ogni gesto in un manifesto politico è fortissima. E i Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 non fanno eccezione: proprio per questo la linea scelta dal Comitato Olimpico Internazionale merita di essere difesa. La squalifica dello skelettonista ucraino Vladyslav Heraskevych, dopo l’esposizione in gara di un casco con i volti delle vittime della guerra, è stata dolorosa. Non cinica. E soprattutto coerente.

Il punto non è la legittimità del dolore – che nessuno mette in discussione – ma il luogo in cui esso si manifesta. La pista olimpica non può diventare un’arena di messaggi, per quanto comprensibili o condivisibili. La “Regola 50” della Carta olimpica – che proibisce qualsiasi forma di dimostrazione o propaganda politica, religiosa o razziale nei siti olimpici – esiste proprio per proteggere uno spazio comune, fragile e prezioso, in cui atleti di Paesi in conflitto possano gareggiare senza che il campo si trasformi nel prolungamento simbolico della guerra.

L’immagine che la presidente del CIO Kirsty Coventry ha restituito dopo aver parlato personalmente con l’atleta, è lontana anni luce da quella di una burocrate insensibile. Coventry era visibilmente provata, a tratti in lacrime. È stata a sua volta un’atleta e sa cosa significa portare addosso il peso di una Nazione: ma proprio perché conosce quella pressione, sa che il campo di gara deve restare neutrale. Le sue parole non sono freddezza istituzionale, sono la consapevolezza di chi ha vissuto e vive lo sport come linguaggio universale. Coventry sa che ogni eccezione apre un precedente.

Oggi un casco commemorativo, domani uno slogan, dopodomani una bandiera. E a quel punto non esisterebbe più una linea condivisa, ma una competizione tra narrazioni politiche. L’Olimpiade contemporanea è attraversata da conflitti, tensioni geopolitiche, guerre reali. Pretendere che tutto questo resti fuori dagli stadi è forse illusorio ma rinunciare a provarci sarebbe una resa. La neutralità olimpica non è “indifferenza morale”: è una cornice. Senza quella cornice, lo sport perde la sua funzione diplomatica, la sua capacità di essere terreno minimo di convivenza.

Si può – e si deve – trovare spazio per commemorazioni ufficiali, per gesti collettivi condivisi, per momenti di memoria che non dividano la competizione. Ma la gara resti gara. E in questo, la scelta del CIO è stata necessaria. In tempi di polarizzazione permanente, mantenere una regola uguale per tutti è un atto di responsabilità. Difendere quella regola, anche quando costa umanamente – come è costato a Coventry – significa ricordare che lo sport, per continuare a unire, deve resistere alla tentazione di schierarsi sul campo.

Leggi anche: Olimpiadi con sciopero: è scontro (come al solito)


Torna alle notizie in home