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Economia

Xylella: caso penale chiuso, partita ancora aperta nei campi

I focolai non si fermano, la burocrazia dei ristori frena il settore, in dieci anni un calo strutturale della coltivazione

di Angelo Vitale -


A Bari l’archiviazione dell’inchiesta sulla diffusione della Xylella chiude il caso penale, la partita resta aperta nei campi. Formalmente archiviata una delle stagioni giudiziarie più controverse legate alla crisi degli ulivi in Puglia. Lascia però sul tavolo un nodo politico e amministrativo che va oltre le responsabilità penali.

Xylella, chiuso il caso penale

Il gip ha disposto l’archiviazione delle accuse nei confronti dell’ex dirigente dell’Istituto per la protezione sostenibile delle piante del Cnr di Bari, Donato Boscia, e di altri tecnici. Erano finiti al centro di esposti e denunce che, negli anni, avevano alimentato un clima da sospetto permanente. Si parlò di “manine”, di diffusione pilotata del batterio, di interessi occulti dietro l’eradicazione degli ulivi. Nella narrazione pubblica ricercatori, funzionari, pezzi di istituzioni. Anche figure politiche, come l’ex senatore Alfonso Ciampolillo, rilanciarono dubbi e accuse.

Il giudice ha escluso qualsiasi responsabilità penale, affermando che i ricercatori agirono nel rispetto della normativa nazionale ed europea. Ma si parla anche di una gestione iniziale giudicata “sciatta” sotto il profilo organizzativo e amministrativo. Non un reato. Non un complotto. Non una regia occulta. Piuttosto una macchina pubblica apparsa impreparata, lenta, disallineata rispetto alla velocità con cui l’emergenza fitosanitaria stava correndo nei campi del Salento. Un’altra spia della cronica difficoltà italiana nella gestione tempestiva delle emergenze, scientifiche prima ancora che politiche.

Resta il problema reale

Mentre le carte dei tribunali si chiudono, nei campi la Xylella continua a essere un problema reale. Il batterio non è scomparso. I focolai non sono confinati in modo definitivo. Le cosiddette zone cuscinetto non sono barriere ermetiche, perché il vettore – la sputacchina – è un insetto estremamente mobile che si nutre della linfa delle piante e può trasportare il batterio da un ulivo all’altro. Le sue larve vivono in una schiuma biancastra visibile sulle erbe spontanee. L’adulto vola e si sposta facilmente, rendendo complesso qualsiasi contenimento puramente geografico.

Negli ultimi anni l’epidemia ha devastato il Salento, colpendo in modo massiccio le province di Lecce, Brindisi e Taranto. Ora, l’attenzione resta alta in aree più a nord, come la Valle d’Itria e parti del Gargano. La presenza di nuovi focolai o di piante infette intercettate dai monitoraggi mantiene lo scenario in movimento. La Puglia rappresenta storicamente oltre il 40% della produzione nazionale di olio d’oliva: l’impatto non è solo paesaggistico, ma economico e occupazionale.

Un calo strutturale delle superfici coltivate

Il recente report dell’Area Studi Mediobanca sull’industria olearia italiana fotografa un dato strutturale: tra il 2014 e il 2024 la superficie coltivata a olivo in Italia si è ridotta di circa il 7%. Un dato “minimo” che non deve ingannare. Nel settore olivicolo la continuità colturale è fondamentale perché gli ulivi impiegano anni prima di entrare in produzione. Una perdita del genere si traduce in decine di migliaia di ettari in meno dedicati alla coltura, con impatti sulla disponibilità di materia prima e sul peso competitivo dell’Italia nei mercati mondiali.

La xylella – questa la verità – ha fatto una strage. Circa 6/7 milioni di piante infettate, scomparsi un terzo degli ulivi monumentali della regione. Perciò il tema dei ristori pubblici resta centrale. Negli anni, stanziati fondi statali e regionali per indennizzi e reimpianti, con risorse complessive che hanno superato, in diverse fasi, il miliardo di euro. Ma molti operatori lamentano tempi lunghi, procedure complesse, anticipazioni insufficienti rispetto ai costi reali. Reimpiantare un oliveto con varietà tolleranti come Leccino o Favolosa significa sostenere costi che possono oscillare tra 8mila e 15mila euro per ettaro. E un nuovo impianto entra in piena produzione non prima di 5-7 anni, talvolta 10.

Gli agricoltori anziani lasciano i campi

Qui, la criticità più profonda: il “deserto sociale”. Molti agricoltori anziani, di fronte a un investimento a lungo termine e a un orizzonte incerto, scelgono di abbandonare i terreni. I campi incolti diventano habitat ideale per la sputacchina, alimentando un circolo vizioso. Meno cura del territorio, più vulnerabilità fitosanitaria. Più vulnerabilità, nuovi costi pubblici.

L’Italia era già finita sotto la lente Ue nei primi anni dell’emergenza, con l’apertura di una procedura di infrazione nel 2015 per la mancata applicazione tempestiva delle misure di eradicazione previste dalle decisioni comunitarie. Una procedura successivamente chiusa dopo l’adeguamento normativo con piani di contenimento più stringenti.

Una partita ancora aperta

Oggi, si parla di piani di rigenerazione olivicola, filiera corta, innovazione varietale, investimenti del Pnrr per la resilienza agricola. La Regione Puglia ha più volte ribadito l’impegno su monitoraggi, reimpianti e sostegno al reddito. Il governo ha promesso continuità di finanziamento e una strategia stabile per la filiera dell’olio. Ma la sfida diventa pure demografica, culturale, economica.

La xylella ha ridotto redditi, chiuso frantoi, colpito l’indotto del turismo agricolo. Ha messo a nudo una fragilità sistemica. Ora, il tempo rimane una variabile decisiva. Ogni ritardo si paga in ettari, in reddito, in fiducia. E oggi, mentre i tribunali archiviano, nei campi la partita è ancora aperta.


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