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La Serie A e il gol perduto. Perché gli attaccanti non segnano più

Serie A in crisi realizzativa: attaccanti isolati, gioco lento, tifosi delusi e gol sempre più rari.

di Gianluca Pascutti -


Alla 28° giornata della Serie A 2025/26, un dato è tanto semplice quanto allarmante, solo Lautaro Martínez ha raggiunto la doppia cifra. Dietro di lui, il vuoto. Nessun altro centravanti ha superato quota nove. Un’anomalia che diventa ancora più evidente se confrontata con gli altri grandi campionati europei, dove tra cinque e nove attaccanti hanno già superato le dieci reti. In Premier League, Liga e Ligue 1 il gol è ancora un linguaggio vivo, in Italia sembra diventato un dialetto in via d’estinzione. Da cosa nasce questa crisi?

Un calcio che guarda indietro invece di andare avanti

La prima risposta arriva dal campo. La Serie A è diventata un laboratorio tattico esasperato, dove il principio dominante è la prudenza. Gli allenatori chiedono alle loro squadre un possesso palla orizzontale, controllato, spesso sterile. Gli attaccanti, invece di essere il punto di arrivo dell’azione, diventano ingranaggi sacrificati, costretti a rincorrere avversari, rientrare in copertura, abbassarsi fino alla linea dei centrocampisti. Spesso il risultato è un paradosso, le punte crossano più di quanto ricevano cross, e quando arrivano in area lo fanno isolate, con pochi palloni giocabili e pochissimo tempo per concludere.

Fasce senza coraggio e cross che non arrivano più

Un tempo il calcio italiano viveva sulle corsie laterali. Oggi, invece, gli esterni arrivano raramente sul fondo e ancora più raramente mettono palloni precisi in mezzo. La mancanza di continuità nei cross è uno dei fattori più evidenti del calo realizzativo. Senza rifornimenti, il centravanti diventa un sopravvissuto. La costruzione bassa, lenta, prevedibile, spegne l’istinto offensivo.

VAR, fuorigioco millimetrici e un minutaggio effettivo da record negativo

A complicare il quadro interviene anche la tecnologia. Il VAR, pur necessario, ha introdotto un livello di controllo che spesso sterilizza l’emozione. Gol annullati per un ginocchio, rigori revocati dopo minuti di revisione, ritmi spezzati. Ma il vero nodo è un altro, la Serie A è il campionato con meno tempo effettivo di gioco in Europa. Le partite vengono continuamente interrotte da falli tattici, perdite di tempo dei portieri, simulazioni al limite del grottesco, retropassaggi infiniti che rallentano ogni tentativo di accelerazione. In un contesto così frammentato, segnare diventa un’impresa.

Il malcontento dei tifosi: “Questo non è più il nostro calcio”

Il pubblico lo percepisce chiaramente. Sempre più tifosi si dichiarano annoiati, delusi, distanti. Le partite della Serie A vengono vissute come un esercizio di resistenza più che come uno spettacolo. Il confronto con gli anni ’90 è inevitabile, allora si attaccava, si rischiava, si cercava il gol con coraggio. Oggi si gestisce, si controlla, si aspetta. E l’attesa, si sa, raramente porta entusiasmo.

Qualcosa deve cambiare

Il calcio italiano ha bisogno di una scossa. Serve un ritorno alla verticalità, alla velocità, alla libertà creativa degli attaccanti. Serve più tempo effettivo, meno interruzioni, meno tatticismi esasperati. Il gol non è solo una statistica, è identità, emozione, spettacolo. È ciò che tiene vivo il gioco e ciò che tiene vivo il pubblico.


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