Nuove regole per i monopattini: il Far West è finito
Le Città 30 provano ad ostacolarne la diffusione. Alto il numero di incidenti mortali
Nuove regole, finalmente, per i monopattini. L’era dell’anarchia su due ruote piccole è ufficialmente finita. Con il varo dei decreti attuativi cala la scure del Nuovo Codice della Strada su quello che per anni è stato definito il “Far West urbano”. Targa, casco obbligatorio per tutti e assicurazione non sono più semplici proposte da talk show, ma obblighi di legge con scadenze perentorie. Però, mentre il governo celebra la “vittoria della sicurezza”, il settore della micro-mobilità elettrica trema, stretto tra costi insostenibili e una guerra aperta con le amministrazioni locali.
Una rivoluzione per i monopattini
I provvedimenti fissano il cronoprogramma della regolarizzazione. Entro il 16 maggio ogni monopattino circolante in Italia dovrà esporre un contrassegno identificativo non rimovibile, stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Non è solo una questione di plastica: la targa è il “peccato originale” che equipara, per la prima volta, il monopattino a un ciclomotore.
Accanto alla targa scatta l’obbligo di copertura assicurativa RC per i privati, con premi che le prime stime di settore fissano tra i 40 e i 120 euro annui. Una cifra che, sommata all’obbligo del casco anche per i maggiorenni e al divieto assoluto di uscire dai centri urbani (salvo piste ciclabili dedicate), rischia di trasformare un mezzo nato per la libertà in un onere burocratico non da poco.
E la sicurezza stradale, tra realtà e percezione?
I numeri del “sangue” versato sulle strade parlano chiaro. Il legislatore ha mosso i propri passi su un terreno lastricato di dati allarmanti. Secondo i dati consolidati del 2025, gli incidenti che hanno coinvolto monopattini elettrici in Italia hanno superato quota 3.500, con un bilancio tragico di 22 vittime in dodici mesi. Sebbene i numeri siano inferiori ai decessi causati da auto o moto, il tasso di letalità in rapporto ai chilometri percorsi resta altissimo.
Il problema non è solo la velocità, ma la fragilità strutturale. Ruote piccole che non perdonano le buche delle città italiane e un’utenza spesso indisciplinata. “La targa serve a terminare l’era dell’impunità”, spiegano dal ministero. La possibilità di multare tramite telecamere Ztl e autovelox chi viaggia contromano o sui marciapiedi è la vera scommessa per abbattere la percezione di pericolo che ha alienato gran parte dell’opinione pubblica, specialmente la fascia demografica più anziana.
Il caso simbolo di Firenze
Se per i privati la sfida è burocratica, per le multinazionali dello sharing (Bird, Lime, Dott) la situazione è diventata esistenziale. Il caso simbolo è Firenze. Il capoluogo toscano ha scelto la linea dura: stop totale allo sharing dal prossimo primo aprile. La motivazione ufficiale mescola decoro urbano (i mezzi abbandonati sui marciapiedi storici) e sicurezza.
Il ricorso presentato dalla sede italiana di una nota multinazionale statunitense al Tar della Toscana è stato recentemente respinto nella sua fase cautelare. I giudici hanno riconosciuto la potestà del Comune di programmare la mobilità urbana privilegiando la sicurezza dei pedoni rispetto alla libertà d’impresa. Firenze non è un caso isolato: da Milano a Roma, i nuovi bandi di gara sono diventati “capitolati lacrime e sangue”. Le aziende sono obbligate a investire in tecnologie di geofencing (che bloccano il mezzo se entra in aree pedonali) e a farsi carico dei costi di targatura e assicurazione per migliaia di mezzi.
Per i colossi della Silicon Valley, il mercato italiano sta passando da “terra promessa” a “trappola normativa”. L’impasse è evidente: i margini di profitto, già risicati, vengono erosi dai costi di gestione e dalle restrizioni d’uso. Il rischio è una fuga di massa dei capitali esteri, lasciando le città prive di un’alternativa all’auto proprio mentre si introducono le Zone 30.
E le Città 30?
Quest’ultimo, un paradosso, con le Città 30 improvvisamente orfane della idealità della mobilità dolce. Qui si gioca il cuore politico della vicenda. Città come Bologna hanno puntato tutto sulla riduzione della velocità a 30 km orari per favorire la mobilità dolce. In teoria, il monopattino sarebbe il compagno ideale di questa transizione. In pratica, la nuova legge sembra andare in direzione opposta, rendendo l’uso del mezzo talmente complesso da spingere l’utente a tornare sulla bicicletta (non ancora targata) o, peggio, sullo scooter.
Il “provincialismo” italiano, spesso evocato dalle aziende di sharing, la pià rapida motivazione per uno scontro con una realtà urbanistica unica al mondo. I nostri centri storici non sono le praterie d’asfalto di Los Angeles. La convivenza tra un mezzo che sfreccia silenzioso a 20 km orari e il pedone sul marciapiede stretto è un equilibrio che il mercato, da solo, non è riuscito a gestire.
All’orizzonte, un possibile nuovo equilibrio
Finora, un’Italia divisa. Da un lato, il rigore normativo che mira a ridurre i morti e a riportare l’ordine sui marciapiedi. Dall’altro, un settore industriale che rischia il collasso sotto il peso di una burocrazia pesante.
Il successo delle norme operative da oggi non si misurerà solo dal numero di targhe vendute, ma dalla capacità delle città di offrire infrastrutture sicure. Senza piste ciclabili, il casco e la targa solo una fragile “armatura” per muoversi in un ambiente ancora ostile. Il Far West è finito, ma la strada per una mobilità davvero sostenibile appare ancora lunga e tortuosa.
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