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Attualità

La prudenza è opportuna, la strumentalizzazione sempre fuori luogo. Meloni fa scudo a Delmastro: resta al suo posto

di Eleonora Manzo -


L’Italia è un Paese straordinario: bastano due foto in un ristorante, una visura catastale e mezza frase decontestualizzata per scatenare l’ennesimo caso politico nazionale. Questa volta il protagonista è Andrea Delmastro, che ultimamente – potremmo dire – attira guai e polemiche come una calamita attira le graffette. Il sottosegretario alla Giustizia sarebbe stato socio, per un periodo, della figlia di un imprenditore poi risultato in odor di camorra. Uno di quei “rapporti societari” che nei titoli diventano subito ‘affari con la camorra’, così, giusto per prudenza giornalistica.

Delmastro si è difeso come sa fare lui, a tono alto e muso duro: ‘Ho venduto tutto, io non sapevo nulla’. E in effetti ha lasciato l’attività per una manciata di euro, molto prima che il nome della socia finisse nei radar delle inchieste. Ma non importa: la sinistra ha trovato l’argomento perfetto per il fine settimana. ‘Meloni che fa?’, ‘Si dimetta’, ‘Commissione d’inchiesta’, ‘Sciogliamo FdI?’ – il solito canovaccio del moralismo d’opposizione, quello che trasforma ogni incidente politico in un’occasione per urlare allo scandalo.

Giorgia Meloni, dal canto suo, non è caduta nella trappola. Ha mantenuto il tono equilibrato che la contraddistingue: ‘Delmastro poteva andarci più cauto, certo’. Forse con un pizzico di prudenza in più avrebbe evitato di ritrovarsi nel tritacarne mediatico. Ma da qui a chiedere le dimissioni di un sottosegretario che non ha infranto alcuna legge ce ne passa. Sarebbe un gesto politico sproporzionato, anzi, un assist magnifico per chi vorrebbe indebolire il governo proprio a ridosso del referendum che deciderà i prossimi equilibri istituzionali.

La verità è che alla sinistra non interessa la società venduta o le carte che non provano nulla: interessa il sangue. Fare rumore, spostare voti, gettare fumo sul dibattito pubblico. I professionisti dell’indignazione tornano in servizio permanente, come se il Paese non avesse problemi più seri di un ristorante piemontese e le sue quote sociali. È la solita strategia del ‘nulla’, sport nazionale in cui primeggiamo da decenni.
In realtà Delmastro paga, ancora una volta, la sua faccia troppo riconoscibile e il suo temperamento guascone. Quello che lo porta a dire sempre un po’ troppo e a fidarsi delle persone sbagliate, convinto che basti l’onestà personale a tenere lontana la tempesta. È un errore di leggerezza, non di moralità. Ma per una certa opposizione, ogni leggerezza ‘meloniana’ è un delitto politico.

E allora avanti col copione: si parla di dimissioni, di ‘etica pubblica’, di ‘responsabilità istituzionale’. Parole nobili dietro cui si nasconde l’obiettivo vero: indebolire l’immagine di un governo che, piaccia o no, regge, e portare qualche punto al fronte del No al referendum. Tutto pur di creare il sospetto, la crepa, il ‘ma forse c’è altro’.
Solo che questa volta il giochino sembra logoro. Gli italiani, tra bollette e lavoro, faticano a entusiasmarsi per una bisteccheria torinese venduta a 2.500 euro. E forse, sarebbe il caso di ricordare che la politica non è una fiction e non c’è sempre un cattivo da eliminare nella puntata successiva.

Delmastro resterà dov’è, come è giusto che sia. Perché un errore di leggerezza non è una condanna politica. E perché, a forza di chiedere le dimissioni di tutti, la sinistra finirà per chiederle un giorno anche al cameriere che ha servito il vino sbagliato.

La sinistra vive di scandali come le margherite di sole: se non c’è un caso da sventolare, si appassiscono. Ma in politica, la luce più pericolosa è quella della verità – e quella, purtroppo per loro, non abbaglia mai quanto una polemica inventata.


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