Prioritaria la nuova legge elettorale con sullo sfondo l’ipotesi del voto anticipato entro ottobre
C’è chi la dà per stanca, chi per isolata, chi per impaziente. E invece Giorgia Meloni continua a fare ciò che sa fare meglio: tirare dritto. Il governo non si ferma, e l’obiettivo resta lo stesso da mesi: portare a casa la riforma della legge elettorale. Una strategia limpida, ribadita senza esitazioni anche nei giorni di maggiore tensione. Dopo la parentesi referendaria e gli inevitabili titoli sulla ‘crisi imminente’, la premier ha scelto la via della concretezza.
La riforma elettorale – il cosiddetto Stabilicum – è già incardinata in Parlamento: proporzionale corretto, premio di governabilità al 40%, ballottaggio tra le prime due forze in caso di equilibrio. Una legge che mette fine al bricolage istituzionale, garantendo stabilità e rappresentanza.
Sì, nel centrodestra qualche dissapore c’è stato. La Lega scalpita per marcare la sua identità, Forza Italia difende la sua anima moderata, e Fratelli d’Italia rivendica la guida politica.
Qualche frecciatina, qualche frizione interna, niente di nuovo. Ma poi, davanti ai dossier che contano, la coalizione si stringe. Perché, in fondo, tutti sanno che è meglio governare insieme che litigare all’opposizione.
Ma qualora si rendesse necessario affrettare il ritorno alle urne ci sono due percorsi possibili. Il più probabile è il voto in autunno, tra fine settembre e ottobre.
Tempo di chiudere la riforma, mettere in cantiere gli ultimi provvedimenti e poi restituire la parola agli elettori. L’ipotesi giugno, invece, resta sullo sfondo: suggestiva, ma priva di basi concrete, sia per i tempi – troppo stretti, anche se tecnicamente possibili – sia perché il Quirinale difficilmente concederebbe uno scioglimento anticipato mentre è ancora in corso la revisione della legge con la quale votare subito dopo.
E mentre la maggioranza regge il gioco sottile tra le anime che la compongono, il centrosinistra continua la sua traversata nel deserto. Ogni settimana un nuovo leader, ogni mese una nuova scissione, ogni giorno un nuovo dilemma: chi guida, chi parla, chi obbedisce? Il risultato è una sinistra che non riesce neppure a fingere di essere alternativa. Nel frattempo, il governo lavora, compatta i conti e rafforza la sua immagine: i fatti contro le chiacchiere.
La verità è che Meloni ha scelto la via più difficile ma anche la più solida: completare quello che ha iniziato e lasciare che a giudicarla siano gli elettori, non i retroscena. È il messaggio di una premier che non si fa dettare i tempi dai titoli dei giornali né dai sondaggi del lunedì mattina.
Certo, qualche scambio di nervi tra gli alleati fa colore. Ma più che una crepa, è fisiologia politica: Salvini ringhia, Tajani medita, la premier governa. E il centrodestra, dopo ogni fibrillazione, si ritrova sempre più convinto che l’alternativa al proprio governo non è un’altra maggioranza, ma il vuoto.
Dunque, niente crisi all’orizzonte. Solo la volontà di chiudere una stagione politica con un risultato storico: una legge che assicuri stabilità e restituisca agli italiani la libertà di scegliere.
Insomma, la riforma si farà, i mugugni passeranno e il governo andrà avanti. Chi parla di crisi, forse confonde i desideri con le analisi. E intanto a Palazzo Chigi, tra una riunione e l’altra, c’è chi sorride pensando a quanti ‘fine del governo’ saranno ancora annunciati – e smentiti dai fatti.
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