L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Tecnologia

Stop social media per gli under 16, trenta associazioni giovanili chiedono di essere ascoltate

di Andrea Scarso -


Un algoritmo studiato per creare dipendenza

A Los Angeles, a marzo, una giuria ha stabilito che Meta e Google sono responsabili di aver creato piattaforme deliberatamente progettate per generare dipendenza nei minori. Il risarcimento dei danni morali è fissato in 3 milioni di dollari, mentre la sanzione è ancora in definizione. Nel New Mexico, poche ore prima, un’altra giuria aveva già condannato Meta a 375 milioni per aver nascosto i rischi delle proprie piattaforme e facilitato l’accesso di predatori sessuali a utenti minorenni. Sono oltre 2.200 le cause federali analoghe aperte negli Stati Uniti. Il dato comune è uno: le piattaforme erano a conoscenza degli effetti dei loro algoritmi, e li hanno ignorati.

Età minima social media, l’UE sbaglia bersaglio

Mentre i tribunali americani fissano la responsabilità sulle aziende, in Europa si sposta l’attenzione sugli utenti. Il Parlamento europeo ha approvato a novembre una risoluzione non vincolante per fissare a 16 anni l’età minima di accesso ai social media. Un divieto simile è già stato introdotto in Australia, dove sono previste sanzioni fino a 34 milioni di dollari per le piattaforme inadempienti. Francia e Danimarca stanno seguendo la stessa direzione. L’esperienza australiana ha però mostrato che i sistemi di verifica dell’età possono essere aggirati con facilità: account condivisi, genitori che aiutano i figli, comunità che migrano su piattaforme non regolamentate. I ban non eliminano il danno. Lo spostano.

Trenta organizzazioni giovanili: “Non per noi, con noi”

Una lettera aperta firmata da trenta organizzazioni giovanili europee, tra cui EDRi, IGLYO e il National Youth Council of Ireland, chiede alle istituzioni europee di cambiare approccio.
Il punto non è l’accesso in sé, ma chi viene escluso: per molti giovani che appartengono a minoranze culturali, gli spazi digitali non sono intrattenimento. Sono accesso a comunità e informazioni che altrove non esistono. I ban indiscriminati colpiscono esattamente chi dipende di più da questi spazi.
Le organizzazioni giovanili chiedono invece l’applicazione rigorosa del DSA (Digital Service Act, il Regolamento europeo già in vigore per le piattaforme digitali) e l’adozione di un Digital Fairness Act che contrasti le architetture di dipendenza per tutti gli utenti, non solo i minori.
Tutto questo accade mentre le big tech spendono oltre 113 milioni di euro all’anno per fare lobbying nell’UE, spingendo verso la deregolamentazione. I giovani, invece, vengono consultati raramente.

Se i tribunali americani hanno stabilito che il design degli algoritmi crea dipendenza, perché l’Europa chiede ai giovani di essere più responsabili?

Leggi anche: Studenti in crisi: perché la prevenzione psicologica è importante


Torna alle notizie in home