La bandiera bianca dell’Occidente che arma la mano dei fondamentalisti
Quanto accaduto a Modena, con l’auto di Salim El Koudri schiantatasi a folle velocità su una folla inerme e il successivo accoltellamento di passanti indifesi, è l’ultimo, drammatico capitolo dell’ennesima tragedia annunciata.
Liquidare ciò come il semplice ed isolato gesto di un matto qualunque è diventato il riflesso pavloviano del dibattito politico italiano. È la scorciatoia intellettuale per rimuovere le domande scomode e censurare riflessioni più complesse.
In Italia siamo ormai alla deriva ideologica. Di determinate tematiche non si può categoricamente discutere, pena l’immediata espulsione dal consesso civile.
Dietro la facciata del politicamente corretto si nascondono scopi e retropensieri precisi. La narrazione del pazzo di turno fa molto comodo a una certa sinistra, rimasta ancorata al mito del buon immigrato. È la riproposizione in chiave moderna del mito del buon selvaggio di Rousseau. Il preconcetto in base al quale lo straniero o il figlio di immigrati sia intrinsecamente buono. Questo approccio progressista ha finito per tradire il più grande insegnamento di Martin Luther King. Il leader dei diritti civili auspicava un futuro in cui le persone fossero giudicate per le qualità del loro carattere, non per il colore della loro pelle.
Oggi, invece, assistiamo a un ribaltamento totale, le persone vengono catalogate e protette in base all’appartenenza etnica.
Se un soggetto come El Koudri, che già nel 2021 sembra aver scritto una email all’università contro i bastardi cristiani, giurando di bruciare il loro simbolo, compie un atto violento, si corre subito a sventolare la diagnosi psichiatrica pur di non disturbare il dogma del multiculturalismo. O magari un domani a giustificare le ragioni della sua scelta, nelle colpe del colonialismo occidentale.
Però la versione del matto suona meglio.
La realtà viene deformata, la colpa non è mai del background culturale, ma sempre di un’eccezione clinica.
A questa narrazione si piega anche una certa destra. Una destra pavida, paralizzata dal terrore di essere etichettata come xenofoba dai media mainstream, che preferisce non vedere il terribile momento davanti al quale ci troviamo. La nostra debolezza di occidentali, convinti che il benessere materiale ci renda superiori, non fa che rafforzare i fondamentalisti. Chi ci osserva da fuori non vede tolleranza, ma una civiltà moribonda, che invecchia avendo anche smarrito la propria identità. L’estremismo religioso e culturale non ha bisogno di una guerra dichiarata, gli basta spingerci nel precipizio del vuoto creato dal nostro relativismo.
Il tabù culturale ci impedisce di affrontare il vero nodo. Torna alla mente il discorso di Enoch Powell sui fiumi di sangue. Powell sbagliò nell’impostare l’analisi sulla razza, ma quell’errore ha offerto l’alibi perfetto per ignorare il problema centrale, che è squisitamente religioso e culturale. Uno scontro di civiltà fortissimo porterà grandi disgrazie nel futuro perché non è gestito. Perché l’Occidente è indifeso. Perché neanche comprendiamo di doverci difendere proprio come occidentali.
Se l’Occidente risponderà all’odio culturale con dei certificati medici di comodo, la sua fine sarà una mera questione di tempo residuo.
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