Antonio Maria Rinaldi: “In Ue bisogna cambiare, tutto”
Che i Gattopardi Ue se ne facciano una ragione: bisogna che tutto cambi, e sul serio, perché l’Europa (torni) quella che è. O, almeno, quella che fu e che potrebbe essere ancora. Ne è convinto Antonio Maria Rinaldi, economista e già deputato al Parlamento europeo, che a L’identità fa il punto sul dibattito che si agita tra Bruxelles, Francoforte e Washington.
Professor Rinaldi, la “spinta” americana di Trump sembra aver dato la stura a un processo di cambiamento Ue. Si parla addirittura di eurobond, finora un autentico tabù…
“Chi invoca gli eurobond non conosce i trattati…”
In che senso?
“Perché le forme di debito comune sono vietate. E i trattati, da Maastricht a fino a oggi sono rimasti rigidi e immutati”.
Come mai?
“I meccanismi di revisione sono lunghi, farraginosi e di fatto non s’è cambiato mai nulla. E ciò continua a creare non pochi problemi, non solo in questo ma anche in tanti altri ambiti funzionali dell’Unione”.
Però è innegabile che la Casa Bianca abbia dato una scossa…
“Il merito di Trump è stato quello di aver detto in faccia all’Europa, senza mezzi termini, che le cose stanno andando su una deriva diversa rispetto a ciò che dovrebbe fare l’Occidente. Ha detto a Bruxelles che l’Ue è in crisi perché ha perso la sua identità occidentale. Ora si cerca di reagire, ci sono ancora molti governi di segno diverso rispetto all’attuale amministrazione Usa. Le soluzioni, però, mi sembrano ancora un po’ all’inizio: più dichiarazioni di intenti che realtà”.
Quale è il nodo di questa Europa?
“L’Europa si basa su dei trattati che non consentono di fare certe cose. Un esempio su tutti. Gli Usa, anzi praticamente quasi tutti i Paesi del mondo, ricorrono ai cosiddetti aiuti di Stato. In Europa sono vietati, perché visti come il fumo negli occhi. Ecco, si può sicuramente manifestare a parole tutte le buone intenzioni ma questa Ue, nei fatti, non ha né le possibilità né le caratteristiche per poterlo fare. Nessuno dice che l’unica cosa che occorrerebbe affermare: si deve rivedere l’impostazione dei trattati. Altrimenti anche le parole di Draghi o di Letta resteranno solo proclami, e il giorno dopo si parlerà d’altro”.
Eppure dai titoli passa il sogno di fare dell’euro la valuta di riserva globale…
“Ma c’è un problema di fondo quando si parla di debito comune. E non solo quando si parla di questo, è l’azzardo morale”.
Cos’è l’azzardo morale?
“Mutualizzare il rischio non è previsto dai trattati se non in via del tutto eccezionale, con paletti e contropaletti. Come abbiamo visto con il Recovery, che rimane l’eccezione che conferma la regola. La Germania non lo vuole, il debito comune. Perché si verrebbe a creare una situazione paradossale, appunto, di azzardo morale. Quando non si ha la responsabilità di determinate azioni non c’è più controllo. Se il rischio del debito viene spalmato su più soggetti, chi poi lo utilizza non ha l’onere di preoccuparsi troppo perché l’eventuale rischio poi ricadrebbe sugli altri. Un cortocircuito. Si tratta dello stesso tipo di azzardo morale che viviamo, costantemente, con i funzionari e i dirigenti Ue. Che prendono decisioni senza poi subirne le conseguenze. Fanno regole e non ne pagano gli effetti, perché su di loro non si scarica alcuna responsabilità”.
Un gap democratico?
“Esatto, questo è l’azzardo morale. Un dirigente Ue che fa un regolamento particolarmente vincolante non ne risponderà qualora dovesse arrecare problemi all’economia di qualche Paese. Mica li ha eletti qualcuno…”.
La competitività è un altro guaio per l’Europa…
Il problema è antico. La Ue purtroppo ha un’impostazione di base che penalizza moltissimo gli investimenti, con una burocrazia che rallenta tantissimo la dinamicità e non attira capitali dal mondo. E poi c’è un costo del lavoro molto elevato. Visto che non è più possibile fare una svalutazione monetaria, si svaluta il lavoro. Ciò rischia di restare l’unico elemento perché le imprese restino competitive. E ce ne accorgiamo in Italia, con la crescita delle retribuzioni più bassa di tutta l’Europa. Persino rispetto ad altri Paesi di dimensioni inferiori economiche. Nell’ambito dello spazio del mercato unico ci sono differenze che non sono state compensate. E noi paghiamo gli effetti più elevati”.
Quali differenze non sono state compensate?
Prendiamo la Germania, nostro partner e concorrente. Berlino è in una posizione vantaggiosa perché, per loro, l’euro è una sorta di marco estremamente sottovalutato nei fondamentali. Viceversa, per noi, la moneta unica non è altro che una lira fortemente sopravvalutata. Questo è il prezzo che paghiamo ed è sotto gli occhi di tutti”.
La domanda è, quindi, sempre la stessa: che fare?
“Bisogna entrare nell’ordine delle idee di dover cambiare l’Ue. E di farlo radicalmente. Perché così come era stata concepita dopo la caduta del Muro di Berlino, semplicemente, non funziona. Anche perché nel frattempo è avvenuta una rivoluzione copernicana. E con la globalizzazione dei mercati, siamo andati incontro a un’innovazione che non era certo compiuta ai tempi di Maastricht. Bisogna rivedere tutto l’impianto. A cominciare dai principi. Dagli aiuti di Stato fino alla possibilità di poter riconoscere autonomie più ampie ad alcuni Paesi che hanno problemi che non possono essere omogeneizzati con tutti gli altri. Dare un diverso mandato alla Bce”.
Cos’ha la banca centrale europea che non va?
“L’errore di fondo è che la Bce non è una banca centrale. Le altre hanno dei mandati molto diversi e più ampi rispetto all’Eurotower. Che, di fatto, ha solo quello sulla stabilità dei prezzi, ossia sul controllo dell’inflazione, su impostazione tedesca per ovvi motivi. Ecco, mi viene in mente la Fed. Che, per esempio, vanta anche altri mandati. Tra cui quello alla piena occupazione. La Bce, inoltre, deve considerare l’euro, ossia la moneta, non come dogma ma come strumento per aiutare l’economia. Solo in questo modo si cercherà di iniziare un percorso sicuramente lungo ma proficuo per rimettere in carreggiata la situazione. L’Europa governata in questo modo è fanalino di coda globale in termini di crescita e innovazione. Eppure avrebbe tutte le potenzialità. Invece siamo ai minimi termini, sorpassati anche da economie emergenti che fino a qualche anno che potessero avere dei ruoli..”.
Come l’India…
“Loro non hanno lacci e lacciuoli con cui ci auto-puniamo. Siamo bravissimi a regolamentare e fare norme senza alcuna attinenza con la realtà. Noi abbiamo una burocrazia che ci blocca completamente, ci rende schiavi di noi stessi. Mentre gli altri hanno rapidità di decisione e snellezza amministrativa, legislativa e giudiziaria. Hanno la mobilità del lavoro. Sono molto più efficienti. Noi, queste cose, ce le auto-imponiamo. Siamo dei masochisti”.
Addirittura?
“L’Ue è bravissima a regolamentare per quanto riguarda i Paesi all’interno dell’Unione, ignorando il mondo esterno. Noi regolamentiamo come se esistessimo solo noi, e non ci fosse il resto del mondo. E di fatto penalizziamo le imprese europee e diamo vantaggi agli altri. Basti pensare all’ultima follia delle auto green che ha penalizzato l’automotive a vantaggio di altri Paesi che non hanno lo stesso sistema regolatorio”.
A “Roma, Capitale di imprese” si è parlato del coraggio di fare impresa, qualcosa, dunque, si muove…
“Il discorso che dobbiamo iniziare a ragionare è quello di dover fare di più i nostri interessi, di questo Paese. Che purtroppo non sono mai stati perseguiti, sempre in funzione di un disegno europeo. Che è largamente imperfetto. Ma quando si è verificato che gli svantaggi siano svelati più dei vantaggi è l’ora in cui bisogna agire. Altri Paesi lo fanno, agiscono negoziando con Bruxelles. Noi invece subiamo troppo passivamente le direttive e continuiamo a tenere gli occhi chiusi”.
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