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Attualità

Attentato o meno i fatti di Modena pongono una questione di sicurezza

di Eleonora Manzo -


C’è un fatto, ed è grave. A Modena si discute se chiamarlo attentato oppure no, ma il punto politico resta intatto: quando la violenza entra nello spazio pubblico, quando un episodio dai contorni allarmanti investe il terreno della sicurezza, il dibattito non resta mai confinato alla cronaca.

Diventa subito scontro politico, terreno di propaganda, miccia ideologica. E infatti è quello che sta avvenendo.

Da una parte c’è chi invita alla prudenza lessicale e giudiziaria: prima di evocare l’attentato, si dice, servono elementi certi, ricostruzioni complete, responsabilità accertate. Dall’altra c’è chi vede già nel fatto di Modena un segnale preciso, l’ennesima spia di un clima che impone una stretta securitaria e una risposta esemplare. In mezzo, come spesso accade, c’è un’opinione pubblica disorientata, costretta a orientarsi tra versioni contrastanti, anticipazioni, smentite, allarmi e contro-allarmi.

E’ in questo spazio, sospeso tra paura reale e forzatura politica, che Matteo Salvini torna a battere su uno dei suoi cavalli di battaglia: la sospensione, o comunque la revoca, della cittadinanza a chi delinque.

Tema identitario, parola d’ordine che parla alla pancia del Paese prima ancora che alla tecnica giuridica, bandiera utile per rimettere al centro il nesso tra sicurezza, immigrazione e appartenenza nazionale. Salvini lo sa bene: in una fase in cui la cronaca offre un appiglio, rilanciare quel messaggio significa recuperare centralità, marcare il territorio, ribadire che la Lega vuole continuare a essere il partito della linea dura.

Ma questa volta la frenata arriva da dentro la maggioranza. Antonio Tajani ricorda un principio che, al netto delle convenienze polemiche, resta difficile da aggirare: se una persona è italiana, è italiana. Non si può giocare con la cittadinanza come fosse una concessione precaria da sospendere a seconda del reato o dell’umore politico del momento. E soprattutto non si può ignorare il dettato costituzionale e l’impianto di uno Stato di diritto, nel quale la pena è una cosa e l’appartenenza giuridica alla comunità nazionale è un’altra.

Il punto sollevato dal leader azzurro non è solo tecnico, ma profondamente politico. Perchè mette a nudo una contraddizione che la destra italiana si porta dietro da anni: usare la cittadinanza come leva simbolica, come premio per i buoni e castigo per i cattivi, puo’ funzionare nella retorica elettorale, ma si scontra con i limiti concreti dell’ordinamento. E qui emerge la differenza tra propaganda e governo. La prima semplifica, divide, promette soluzioni immediate. Il secondo dovrebbe misurarsi con norme, garanzie, compatibilità costituzionali.

Cosi’ il caso Modena diventa qualcosa di piu’ di un episodio di cronaca ancora da decifrare. Diventa una cartina di tornasole degli equilibri interni alla coalizione. Salvini spinge per radicalizzare il messaggio, Tajani prova a riportarlo su un binario istituzionale. Uno parla al sentimento di insicurezza, l’altro ricorda che uno Stato serio non piega i principi alla contingenza.

Resta allora una domanda di fondo: davvero la sicurezza si rafforza inseguendo slogan giuridicamente fragili? O non sarebbe più utile distinguere con rigore tra reati, responsabilità individuali e status di cittadinanza, evitando di trasformare ogni fatto grave in una tribuna ideologica? Se il caso di Modena merita chiarezza, la politica meriterebbe almeno sobrietà.

Ma è proprio la sobrietà, in tempi di consenso nervoso e competizione permanente, la merce più rara.


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