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Bastoni fuori dalla Nazionale? La polvere sotto un tappeto di miliardi

La polemica resta politica e simbolica. E già accenna spegnersi

di Angelo Vitale -


Bastoni fuori dalla Nazionale? Una simulazione, un’esultanza polemica, l’espulsione di un avversario. Poi la tempesta mediatica, le richieste di esclusione dalla Nazionale, il silenzio del giocatore.

Il caso di Alessandro Bastoni divide tifosi e opinionisti, ma solleva una domanda più grande. E davvero questo il problema del calcio italiano? Mentre la polemica infiamma i social – ma già tende a spegnersi – , il sistema continua a muovere miliardi.

Il fatto: simulazione, esultanza e bufera

Tutto nasce da Inter-Juventus: contatto in area, decisione arbitrale pesante, espulsione di Kalulu e l’esultanza di Alessandro Bastoni che fa esplodere il caso mediatico.

L’ex premier Enrico Letta chiede pubblicamente la non convocazione in Nazionale di Bastoni. Massimo Ambrosini parla di “brutta figura”. Alessandro Del Piero critica l’atteggiamento. Il designatore Gianluca Rocchi definisce la simulazione “chiara”.

Bastoni non rilascia dichiarazioni ufficiali e chiude i commenti sui social dopo l’ondata di insulti anche verso la famiglia. Nessuna sanzione federale automatica. Nessuna esclusione annunciata.

Insulti e minacce sui social per il difensore dell’Inter Alessandro Bastoni e la moglie, dopo l’episodio che ha portato all’espulsione di Kalulu nella gara contro la Juventus

La polemica resta politica e simbolica.

Cosa prevedono le regole

Il codice etico Figc richiama valori e comportamenti ma non impone automatismi di esclusione per un episodio di simulazione.

Non esiste una norma che obblighi il commissario tecnico a lasciare a casa un giocatore per un gesto antisportivo. La scelta è discrezionale, tecnica, strategica.

Con qualificazioni mondiali decisive all’orizzonte, la domanda concreta è semplice. Conviene a Gattuso e all’Italia rinunciare a un titolare della difesa per la Nazionale come Bastoni per un deprecabile episodio di campo?

Nel calcio moderno le decisioni pesano sul risultato, non sul simbolo.

I numeri che spiegano

Il calcio professionistico italiano vale oltre 5 miliardi di euro l’anno considerando Serie A, B, C e indotto.

La sola Serie A genera circa 2,8–3 miliardi di ricavi stagionali. I diritti televisivi domestici valgono attorno ai 900 milioni – 1 miliardo l’anno, a cui si aggiungono oltre 200 milioni di diritti esteri.

Il sistema calcio incide per più dell’1% del PIL nazionale, garantisce oltre 120 mila posti di lavoro tra diretti e indiretti e produce più di 1,3 miliardi di gettito fiscale annuo.

In Europa le nuove regole Uefa impongono limiti stringenti tra costo del personale e ricavi (progressivamente verso il 70%). Questo il terreno su cui si misura oggi la credibilità del sistema.

Dentro questi numeri, una polemica disciplinare non destabilizza nulla.

Fair play: quale conta davvero?

Il fair play sportivo accende dibattiti. Il fair play finanziario decide il futuro dei club. Oggi la priorità delle istituzioni è la sostenibilità economica. Bilanci, controlli, stabilità. Una simulazione non altera i flussi finanziari, non mette a rischio i diritti tv, non impatta sui parametri Uefa.

Ecco perché la polemica si consuma in pochi giorni. Il sistema assorbe, non si ferma.

Silenzi, prudenza e gestione del danno

Non c’è stata una difesa compatta e rumorosa da parte dei compagni di squadra, ma nemmeno prese di distanza ufficiali. Una gestione prudente, interna. Quella che le polemiche chiamano “l’omertà del sistema Marotta”.

Nel calcio contemporaneo, il silenzio una ottima strategia. Evitare di alimentare il ciclo mediatico, lasciare sedimentare, tornare al campo (e al business).

La polemica non serve a nessuno: non migliora il gioco, non riforma le regole, non cambia le convocazioni.

Una sconfitta per il calcio?

La vera domanda: quale calcio vogliono gli italiani? Un calcio pedagogico, che punisce simbolicamente ogni gesto scorretto? O un calcio competitivo, pragmatico, che privilegia il risultato?

Finché la discussione resta su un singolo episodio e non tocca governance, modelli economici e sostenibilità, il dibattito rischia di essere solo rumore.

Il caso Bastoni non è una frattura del sistema. È uno specchio. E il problema non è la polvere sotto il tappeto. È che quel tappeto vale miliardi cui nessuno vuole rinunciare.


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