La revisione UE sulle auto riapre una partita Italiana
di Marco Mele, economista e amministratore unico Sfbm
La decisione di Bruxelles dello scorso 16 dicembre, che porta dal 100% al 90% il taglio delle emissioni per le auto nuove dal 2035, è sembrata a molti un dettaglio. Per l’Italia non lo è affatto. In quel 10% residuo c’è lo spazio per carburanti rinnovabili come il biometano, un settore che può generare valore reale e quindi crescita economica.
Biometano auto UE: razionalità economica della transizione
Non si tratta di frenare la transizione energetica, ma di applicare un principio noto a chi studia le politiche industriali: quando il capitale produttivo accumulato in decenni è altamente specifico — come insegna Becker — azzerarlo di colpo non produce efficienza, ma perdita secca di competenze, reddito e occupazione. La nuova proposta europea recepisce questa logica.
Il punto è che l’Italia ha un vantaggio che molti Paesi non possiedono: una rete metano estesa, una filiera tecnica che ha sviluppato competenze difficili da replicare e un potenziale di produzione di biometano che coinvolge agricoltura, trattamento dei rifiuti, logistica e meccanica. È un tipico caso in cui il moltiplicatore degli investimenti funziona davvero, perché — come mostrano i modelli keynesiani più completi — quando gli input sono domestici la spesa si trasforma quasi interamente in reddito interno.
Path dependency e impatto sulla filiera automotive
È anche un esempio di path dependency: se un sistema industriale ha una traiettoria storica forte, la transizione più efficace non è quella che la interrompe bruscamente, ma quella che devia la rotta senza spezzarla. L’impatto sull’occupazione è evidente. La filiera dell’auto italiana, già sotto pressione, avrebbe subito uno shock notevole con un obbligo totale al full electric andando ad obbligare i consumatori a scegliere un bene economico lontano dalle logiche anche di Marshall.
Con il biometano, invece, una parte degli addetti può essere riassorbita in attività complementari: componentistica, manutenzione degli impianti, gestione delle stazioni bio-CNG e bio-LNG. Mi piace definire ciò come un classico caso di “transizione con attrito ridotto”: meno espulsione dal mercato del lavoro e più riconversione interna. C’è poi l’aspetto energetico. Sostituire gas importato con biometano prodotto in Italia migliora la nostra bilancia commerciale e riduce la vulnerabilità agli shock esterni, secondo un meccanismo ben descritto nei modelli di equilibrio parziale sui mercati energetici.
Non è un argomento politico, è pura teoria economica. In fondo la lezione è semplice: un Paese moderno non può affidarsi ad una sola tecnologia. L’elettrico resterà centrale, ma affiancarlo con un carburante rinnovabile nazionale non è conservatorismo, è razionalità economica. L’Europa ci ha concesso un margine, piccolo ma prezioso. Ora dipende da noi trasformarlo in una leva industriale o lasciarlo evaporare nella solita stagione delle occasioni mancate.
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