Board of Peace: Italia protagonista, non spettatrice
C’è chi parla di sudditanza. C’è chi grida all’isolamento. C’è chi avrebbe preferito che l’Italia restasse alla finestra. Invece il governo guidato da Giorgia Meloni ha scelto di esserci: la decisione di partecipare come osservatore al Board of Peace promosso dagli Stati Uniti non è un gesto simbolico. È una scelta strategica. Perché nella diplomazia internazionale contano i posti al tavolo, non i comunicati stampa o le defezioni piccate. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani lo ha detto chiaramente: l’Italia non può permettersi di restare fuori dalle dinamiche che ridisegnano gli equilibri globali, soprattutto nel Mediterraneo.
Essere osservatori significa avere accesso alle informazioni, influenzare i processi, costruire relazioni. Significa presidiare. Le opposizioni parlano di ambiguità, evocano rischi di sudditanza a Washington, accusano il governo di inseguire l’iniziativa di Donald Trump. Ma la politica estera non si fa con le etichette ideologiche, si fa con il realismo. L’Italia è membro fondatore dell’Unione Europea, è pilastro della Nato, ed è ponte naturale tra Europa e Nord Africa. Se si apre un tavolo internazionale che incide su scenari delicati come quello mediorientale, la domanda non è “ci piace chi lo propone?”.
La domanda è: possiamo permetterci di non esserci? Restare fuori sarebbe stato un segnale di irrilevanza. Partecipare è un atto di responsabilità. Non è subalternità, è consapevolezza del proprio peso. Per anni abbiamo assistito a un’Italia che inseguiva le decisioni altrui; oggi, invece, si tornano a presidiare gli spazi strategici, mantenendo autonomia ma senza isolamento. La pace non si costruisce con i post indignati o con le dichiarazioni di principio. Si costruisce dove si discute, si negozia, si media. E l’Italia, questa volta, non guarda. Partecipa.
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