Travaglio, travisando Tortora
Travaglio evoca Enzo Tortora per sostenere il NO alla separazione delle carriere. Caiazza e Gaia Tortora smontano la tesi e denunciano propaganda
Enzo Tortora non è un testimonial: è una ferita aperta
C’è una cosa che in Italia non passa mai di moda: usare Enzo Tortora quando fa comodo. Da morto, possibilmente. Meglio se per sostenere tesi che con la sua tragedia non c’entrano nulla, o peggio, la rovesciano come un calzino.
Così accade che Marco Travaglio, nel suo editoriale quotidiano, decida di arruolare Enzo Tortora tra i testimonial del NO alla separazione delle carriere. Una specie di Ouija giudiziaria: si evocano i morti, purché dicano ciò che serve oggi. Poco importa se è l’esatto contrario di ciò che la loro storia grida.
Gian Domenico Caiazza ha già spiegato, con una chiarezza che rende superflua ogni replica, perché l’argomento sia non solo sbagliato, ma proprio intellettualmente disonesto. L’assoluzione finale di Tortora (dopo arresto, gogna, condanna, devastazione personale) non dimostra che il sistema funziona. Dimostra che funziona tardi, quando spesso è troppo tardi. Quando l’imputato è già un cadavere civile. A volte, come nel caso Tortora, anche biologico.
Secondo la logica travagliana, allora, tutti i Paesi democratici che hanno separato le carriere, dagli Stati Uniti alla Germania, dalla Spagna al Giappone, sarebbero governati da una congrega di ingenui. Gente che non ha capito nulla, perché priva del privilegio di essere illuminata da editoriali a colpi di ghigliottina. Può darsi. O può darsi che abbiano semplicemente deciso che chi accusa e chi giudica non debbano appartenere alla stessa filiera culturale, corporativa e di carriera.
Ma il punto vero, quello che disturba, lo ha espresso senza giri di parole Gaia Tortora, figlia di Enzo, l’unica “congiunta” legittimata a parlare non per teoria, ma per carne viva.
Una voce che ricorda i fatti e smaschera il “comitato civico”
Gaia Tortora non usa il caso di suo padre per propaganda. Non lo ha mai fatto. Rivendica una cosa semplice e devastante: lasciate decidere i cittadini, senza terrorismo, senza falsi, senza manipolazioni emotive. E aggiunge un dettaglio che pesa come un macigno: i magistrati che massacrarono suo padre, con la separazione delle carriere, non sarebbero stati promossi. Altro che assoluzione riparatrice.
Poi c’è l’episodio che da solo basterebbe a spiegare il clima. In qualità di giornalista, pone una domanda pubblica all’ANM: chi finanzia la campagna per il NO? È costosa. L’ANM risponde piccata, spiegando che la campagna è del comitato “Giusto Dire No”, di “natura civica”. Civica, certo. Peccato dimenticare di dire che quel comitato è stato istituito dall’ANM e che, per statuto, ne attua le direttive. Una forma di “civismo” molto particolare: autonomo come un reparto interno.
Quando fa notare che quel famoso manifesto per il NO diffonde un falso, la risposta è un capolavoro di burocratese difensivo. Nessuna smentita nel merito. Solo la solita lezione di stile alla giornalista. Come se il problema fosse il tono, non la verità.
E allora sì, vale la pena dirlo chiaramente: giù le mani da Enzo Tortora. Giù le mani dalla sua storia, dalla sua sofferenza, dalla sua morte. Non è un argomento retorico, non è un santino da agitare contro le riforme che non piacciono alle Procure. È la prova ancora vivente che un sistema senza contrappesi distrugge gli innocenti e poi si autoassolve.
Accanto a lui, oggi, c’è chi ricorda senza propagandare. Non chiede vendetta, non chiede privilegi, ma esige verità. E soprattutto non accetta che la tragedia di suo padre venga usata per difendere lo stesso meccanismo che lo ha ucciso.
Il resto è propaganda. E quella, sì, merita di essere giudicata. Anche senza separazione delle carriere.
La giustizia spiegata ai vivi, non usata sui morti
C’è un modo molto semplice per capire quando un argomento è debole: quando ha bisogno dei morti per reggersi in piedi. Meglio se illustri, meglio se non possono replicare. Enzo Tortora, in questo Paese, viene evocato con la stessa disinvoltura con cui si usa una citazione apocrifa: serve a dare autorità a ciò che autorità non ha.
Ma Tortora non è un santino buono per tutte le stagioni giudiziarie. È la dimostrazione che un sistema può assolvere e, nello stesso tempo, distruggere. Che può dichiarare innocente un uomo dopo averlo sepolto sotto il peso dell’accusa, dell’arroganza e dell’irresponsabilità.
Per questo, forse, la voce che oggi disturba di più non è quella dei giuristi, ma di Gaia Tortora, figlia di Enzo, che non fa teoria, non fa propaganda, non arruola nessuno. Fa una cosa molto più fastidiosa: ricorda i fatti. E chiede conto dei falsi, dei finanziamenti, delle omissioni. In una parola: della verità.
Il resto è rumore. Editoriali compresi.
E come spesso accade, quando finisce il rumore, resta una domanda semplice, alla quale sarebbe bene rispondere senza evocare fantasmi:
la giustizia serve a proteggere i cittadini o a difendere se stessa?
Su questo, Enzo Tortora aveva già risposto.
E non serve riesumarlo per capirlo.
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