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Giustizia

Il giudice Giuseppe Cioffi: “La riforma colma un vuoto del sistema giudiziario”

di Anna Tortora -


Nel dibattito sulla riforma della giustizia, la consultazione referendaria chiama i cittadini a esprimersi su un nuovo assetto costituzionale della magistratura. Ne parla a L’identità il giudice Giuseppe Cioffi, che ha aderito al comitato “Cittadini per il Sì” promosso da Francesca Scopelliti.

Giudice, quali ragioni storiche e sistematiche rendono oggi necessaria la riforma della giustizia sottoposta a consultazione referendaria?

“La riforma arriva con un ritardo di oltre quarant’anni e colma un vuoto del sistema giudiziario, in particolare nel processo penale. Alla riforma del rito del 1988/89 non fece seguito il necessario adeguamento costituzionale, intervenuto solo parzialmente nel 1999 con la modifica dell’articolo 111, anche per rimediare agli effetti delle sentenze della Corte costituzionale degli anni Novanta che hanno inciso sulla natura accusatoria del processo.

La revisione costituzionale sottoposta a referendum il 22 e 23 marzo chiarisce profili rimasti incerti, rendendo più effettivo il ’giusto processo’ e definendo in modo più netto la terzietà del giudice. Essa aggiorna l’assetto della magistratura e, per la prima volta dal 1948, inserisce il pubblico ministero nella Costituzione come ordine autonomo e indipendente, dotato di un proprio organo di autogoverno. Si supera così l’attuale rinvio all’ordinamento giudiziario previsto dall’articolo 107, fondato su una legislazione in larga parte risalente al periodo pre-costituzionale, dando finalmente attuazione anche alle previsioni transitorie della Carta sul nuovo ordinamento giudiziario”.

In che modo la riforma ridefinisce l’equilibrio costituzionale tra giudice, pubblico ministero e cittadino nel processo penale?

“Si tratta di una revisione costituzionale che aggiorna l’impianto originario, lo adegua ai sistemi delle democrazie più evolute ed è il risultato di un percorso previsto dall’articolo 138 della Costituzione. Essa risponde all’esigenza dei cittadini di una chiara distinzione tra funzione giudicante e requirente, superando una visione della magistratura e del processo penale ancora legata a un modello inquisitorio risalente al 1930 e a una concezione della magistratura come autorità.

Con questa riforma si giunge a una giurisdizione più prossima ai cittadini, anche perché più chiaramente distaccata dalla politica e da interessi di carriera. La separazione rafforza il rapporto di fiducia tra cittadini e giustizia, garantendo un giudice realmente terzo, più autorevole e dignitoso di fronte alle parti. Ne derivano maggiori garanzie: una giustizia più equilibrata, meno giustizialista e più attenta alle reali esigenze sociali, anche attraverso una gestione dell’azione penale che riduca procedimenti inutili e dannosi per diritti ed economia”.

Nel dibattito pubblico si parla di un possibile rischio per l’indipendenza della magistratura: perché, a suo avviso, questa preoccupazione non coglie il reale significato della riforma?

“Nel dibattito pubblico sulla riforma costituzionale della magistratura si sono diffuse narrazioni distorte, basate su slogan e affermazioni scollegate dal merito e dal dato normativo, che hanno creato confusione e disinformazione, ledendo il diritto dei cittadini a un’informazione corretta. Il confronto democratico è legittimo solo se fondato su misura, equilibrio e rispetto della realtà delle norme, non su allarmismi e scenari mistificatori.

È particolarmente preoccupante che tali derive provengano dalla magistratura associata e dall’ANM, che hanno assunto un ruolo di vera e propria opposizione politica, abbandonando prudenza e ponderazione e rivelando un’impostazione ideologica ispirata a una concezione ’etica’ e salvifica del giudice, orientata a contrastare una riforma attesa da oltre quarant’anni anziché a illustrarne con chiarezza i contenuti. Si è diffusa l’idea, priva di fondamento, che la riforma miri ad addomesticare la magistratura o a indebolirne l’indipendenza, ignorando invece la novità decisiva dell’inserimento del pubblico ministero in Costituzione con un proprio organo di autogoverno, che rafforza l’autonomia e riduce i rischi di interferenze tra funzioni diverse.

Le critiche provenienti dall’ANM e dal comitato per il No sembrano piuttosto esprimere il timore di perdere peso e influenza, confermando la degenerazione correntizia di un associazionismo che ha smarrito la propria funzione culturale e istituzionale. In questo quadro, il sorteggio per la composizione dei CSM e della corte disciplinare rappresenta uno strumento utile a contrastare tali derive. La riforma va nella direzione dei cittadini: rafforza i diritti processuali, la terzietà del giudice e la chiarezza delle funzioni, rendendo la magistratura più leggibile e coerente con i principi costituzionali. Il referendum non chiede di scegliere tra libertà e autoritarismo, ma se mantenere un sistema ambiguo o distinguere chiaramente tra chi accusa e chi giudica, respingendo demonizzazioni ideologiche e allarmismi strumentali”.

Qual è l’argomento più efficace da offrire a un elettore indeciso per spiegare le ragioni del sì?

“Ai cittadini chiamati a votare il referendum sulla revisione costituzionale della magistratura, consapevoli delle dinamiche di potere interne e delle permeabilità politiche emerse negli ultimi anni, va detto con chiarezza che un voto libero e consapevole per il sì può favorire una magistratura più autonoma e trasparente, non più autoreferenziale né prigioniera di logiche correntizie. Il sorteggio per la composizione dei due CSM e della corte disciplinare rompe i meccanismi di appartenenza e mette fuori la politica dai giochi di potere interni, rafforzando l’indipendenza reale dell’istituzione giudiziaria. Un assetto costituzionale più chiaro consente inoltre al pubblico ministero di gestire in modo più equilibrato l’obbligatorietà dell’azione penale, riducendo iniziative inutili e procedure superflue che oggi ingolfano uffici e tribunali”.

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