Cultura & Spettacolo

Con Matteo Mandelli la phygital art italiana sbarca a Dubai

di Redazione -


di ANNALINA GRASSO
Artista emergente, Matteo Mandelli opera un’arte non solo come espressione di una natura essenziale e ontologico metafisica ma come struttura diretta ad una transazione accompagnata da un’emozione estetica attraverso una forma significante. L’artista lombardo esplora l’oltre facendoci attraversare la dimensione del Reale, traslandoci direttamente in un non luogo che ci permette di rientrare in contatto con il nostro io più intimo. La peculiarità del lavoro di Mandelli, sta nella commistione di fisico e digitale, cioè le mani dell’uomo riescono a creare in parte l’opera che viene terminata dal dispositivo stesso a seconda di come viene effettuato il taglio con un flessibile. Il momento dell’esplosione vera e propria dei cristalli dà vita ad un fascio luminoso che ci porta direttamente a legarci alla nascita dell’universo assieme ad un senso di sacralità che ci viene fornito dall’ambivalenza di un gesto di “creazione decostruttiva”.
Come nasce la tua passione per l’arte digitale?
Il mio approccio all’arte risale a quando ero molto piccolo. All’età di circa 5/6 anni ho cominciato a visitare fiere, gallerie d’arte insieme ai miei genitori che mi hanno trasmesso questa grandissima passione, lasciandomi però la libertà di avere un’idea personale e di farmi un archivio emozionale e sentimentale. Mi sono quindi avvicinato alla pratica artistica già da molto giovane avendo anche un forte senso dell’immaginazione ho fatto tesoro dei miei viaggi in giro per il mondo per cercare di trasfondere quello che avevo vissuto e personalmente provato in un’opera artistica, qualcosa che potesse specchiare ciò in cui mi stavo trasformando. Da qui la mia propensione ad usare un supporto che fosse totalmente al passo con i tempi in cui viviamo, contemporaneo, sfruttando la tecnologia con la quale tutti i giorni abbiamo a che fare. Infatti ognuno di noi vive con gli occhi su uno schermo. La scelta della mia pratica artistica deriva da un profondo ragionamento che mi fa giungere a comprendere che gli schermi con cui noi abbiamo a che fare ogni giorno nella nostra vita non sono altro che dei meri oggetti con i quali siamo costretti volendo o meno a “dialogare” perennemente. In che modo può la phygital art ripensare al concetto di museo? Il concetto di Phigytal Art a me è molto caro in quanto mi riconosco come un artista che funge da ponte tra il fisico e digitale. Deve cambiare la concezione dei musei e questa è una mia personale opinione che trova riscontro nel confronto diretto che ho quotidianamente con il mio team di Art Manager e curatori, con collezionisti, amici galleristi ed artisti. Il percorso sarà lungo, ma riusciremo a costruire una nuova dimensione, una nuova concezione museale.
A volte l’esperienza virtuale può mostrarci la realtà da un altro punto di vista?
La mia filosofia artistica porta all’apertura di una nuova dimensione. Nel momento in cui io taglio lo schermo la luce che viene sprigionata dalla rottura e dallo scoppio dei cristalli liquidi forma un vero e proprio portale che riesce a trasportarci dalla realtà del momento in qualcosa di completamente diverso.


Torna alle notizie in home