Economia

Lo studio Confindustria: “Ecco quanto vale il nucleare”

Pichetto: "Unica strada per restare tra i Paesi ricchi"

di Giovanni Vasso -


L’Italia ha fame di energia e Confindustria rivela, in uno studio condotto insieme ai tecnici di Enea, che l’eventuale ritorno del nucleare potrebbe valere fino al 2,5% del prodotto interno lordo nazionale. Il documento è stato presentato ieri nell’ambito del convegno “Nucleare Futuro” che si è tenuto alla Camera dei Deputati.

Confindustria e i numeri del nucleare

L’analisi verte attorno all’attivazione, non prima del 2035, degli Smr, gli Small modular reactors, i reattori di terza generazione e prende in considerazione, solo per il futuro più lontano, l’implementazione della quarta generazione, ossia quella degli Amr. Ebbene, secondo Confindustria ed Enea, il primo effetto positivo sarebbe negli impatti occupazionali. Col nucleare, giurano gli esperti, si creerebbero fino a 117mila nuovi posti di lavoro, 39mila dei quali nella sola filiera diretta. I costi dell’investimento, se venissero implementati con l’economia di serie su scala internazionale, risulterebbero pari al 2050, a un costo di investimento tra i 3-5mila dollari al chilowattora per un costo di generazione stimato tra i 70 e 110 dollari al megawattora. Costi che, per gli analisti, risulterebbero “in linea con le altre tecnologie”.

Pichetto e l’ultima chiamata

Il ministro all’Industria e Made in Italy, Adolfo Urso, nel suo intervento al convegno si spinge anche oltre e cita i numeri del Pniec, il piano nazionale integrato per l’energia e il clima, affermando che in base all’ultima revisione, il nucleare al 2050 potrebbe rappresentare una quota “pari all’11 per cento del mix energetico” che porterebbe a un risparmio complessivo stimato, secondo il titolare del Mimit, in 17 miliardi di euro. Senza atomo, per Urso, si pagherebbe molto di più. Gilberto Pichetto Fratin, ministro all’Ambiente e sicurezza energetica, che dopo il convegno è stato protagonista di uno scontro con una giornalista che è finito al centro della polemica politica quotidiana, è stato molto più più drastico: “Abbiamo solo quel percorso se vogliamo rimanere tra i Paesi ricchi, come nazione che ha un terzo del Pil in esportazioni e gioca la partita tra i primi dieci paesi del mondo. Questa è la sostanza che dobbiamo portare avanti adesso con responsabilità, che è quella di essere il più trasparenti possibili, dire com’è”. È arrivata, per Pichetto, l’ora delle decisioni: “Occorre mettere il Paese nelle condizioni di fare le sue valutazioni”. Quindi tira in ballo proprio gli industriali: “A chi pone la questione del costo io dico non è da porre, se lo porrà Orsini nello scegliere tra un’altra fonte e lo small reactor ma vuol dire come paese dare al paese”.

La versione di Confindustria

Da parte sua, il numero uno di viale dell’Astronomia sembra che la sua scelta l’abbia già fatta: “Non dobbiamo mollare la strada del nucleare, abbiamo bisogno di iniziare il processo. Si tratta di un’esigenza del Paese, non possono esserci divisioni politiche per costruire un percorso che mantenga l’Italia al quarto porto nel mondo per le esportazioni”. Questa, dice Orsini, è solo “la partenza”. Che deve prendere in considerazione le proiezioni. Che sembrano parlare fin troppo chiaro. Oggi i consumi energetici dell’Italia ammontano a 300 terawatt. Tra cinque anni, nel 2030, saliranno fino a 400. Tra un quarto di secolo raddoppieranno rispetto ad ora e si avrà bisogno di ben 600 Tw. Il fabbisogno energetico sarà trascinato verso l’alto (anche, se non soprattutto) dalle necessità dell’industria tech e digitale, dai nuovi data center centrali e strategici per la digitalizzazione e le infrastrutture virtuali a servizio del sistema Paese. Un destino che l’Italia condivide con tutto il mondo. Dagli Usa fino alla Cina. “Serve capire come colmare questo gap, benissimo le rinnovabili, ma anche qui abbiamo lanciato un allarme: i 150 gigawatt mettiamoli a terra velocemente, non possiamo essere contrari alle rinnovabili e al nucleare”, ha spiegato il presidente Confindustria Emanuele Orsini pur ribadendo che “in un momento come questo è impensabile rinunciare alle fonti fossili”. 


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