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Esteri

Da Dubai la svolta semantica: addio alla “casalinga”, benvenuta la “formatrice di generazioni”

di Priscilla Rucco -


Le parole non sono mai neutre, soprattutto quando compaiono nei registri ufficiali di uno Stato. Lo sa bene il principe ereditario di Dubai, Hamdan bin Mohammed bin Rashid Al Maktoum, che a fine marzo scorso – in occasione della Festa della Madre negli Emirati Arabi Uniti – ha disposto la sostituzione del termine “casalinga” con una nuova denominazione ufficiale: “formatrice di generazioni”. La direttiva, indirizzata alla Community Development Authority, ha un impatto concreto e immediato: in qualunque documento pubblico, dalla cartella clinica al registro scolastico, il ruolo di chi si dedica alla crescita dei figli verrà riconosciuto con un titolo che ne valorizza la sostanza, non soltanto il perimetro domestico.

Una decisione assunta nella Festa della Madre

L’annuncio è avvenuto attraverso il profilo ufficiale X del principe ereditario, che conta oltre diciassette milioni di follower su Instagram, a testimonianza di quanto la sua voce raggiunga ovunque la società emiratina e non solo. Nel messaggio pubblicato, Hamdan bin Mohammed ha descritto le madri come “la prima scuola” nella vita di ogni figlio, il luogo dove si apprende il senso di appartenenza, la responsabilità e i valori che costruiscono nazioni solide. Il tributo si è chiuso con una frase di forte riconoscimento: le madri sono le fondamenta di ogni bene. Una dichiarazione che non lascia spazio alla solita retorica, ma il presupposto politico di una modifica lessicale destinata a riflettersi negli atti amministrativi quotidiani.

Dalla descrizione di una occupazione alla definizione di una missione

Il vecchio termine identificava una condizione geografica e materiale: la donna che sta in casa. Il nuovo titolo sposta radicalmente l’attenzione verso ciò che quella donna compie concretamente ogni giorno. Crescere figli, trasmettere valori, orientare identità, costruire persone capaci di partecipare alla vita civile: queste attività vengono ora riconosciute come una contribuzione attiva allo sviluppo nazionale, al pari di qualsiasi altra professione. Non si tratta di una concessione simbolica, ma di un riposizionamento culturale che modifica il modo in cui lo Stato stesso definisce e misura il valore sociale.

Nella cornice del Dubai Social Agenda 33

L’iniziativa si inscrive nel quadro ben più ampio del Dubai Social Agenda 33, il piano strategico con cui Dubai intende affermarsi come punto fermo di riferimento mondiale in materia di stabilità familiare e sviluppo sociale. Il programma, che mobilita risorse significative sull’asse istruzione-famiglia-comunità, parte dall’assunto che una società economicamente performante si regge su cittadini formati, e che quella formazione ha origine nel nucleo domestico. Non è dunque un solo dettaglio lessicale, ma è la traduzione in linguaggio istituzionale di una visione precisa su dove si genera il capitale umano di un paese.

Non è la prima volta a Dubai

Gli Emirati hanno già sperimentato questo tipo di operazione linguistica a livello governativo. Nel 2017, l’allora sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum sostituì l’espressione “persone con bisogni speciali” con “persone della determinazione”, spostando il focus dalla limitazione alla capacità. Anche in quel caso la modifica riguardò i documenti ufficiali e si diffuse progressivamente nell’uso comune. La logica è la medesima: il lessico dello Stato non descrive soltanto la realtà, la orienta. Definire qualcuno attraverso ciò che fa, anziché attraverso il luogo in cui si trova, è un atto di giustizia riconoscitiva che produce effetti concreti sull’autopercezione e sul rispetto sociale.

La ridondanza della notizia

L’iniziativa ha suscitato attenzione e curiosità a livello internazionale e reazioni prevalentemente positive, anche in contesti lontani dalla cultura emiratina. Non mancano tuttavia osservatori che invitano a contestualizzare: negli Emirati Arabi Uniti, paese a governo monarchico assoluto, le donne continuano a operare in un quadro giuridico che in molti ambiti differisce significativamente dagli standard di parità formale vigenti in Europa. Il riconoscimento del lavoro di cura come missione nazionale, insomma, non esaurisce la questione dei diritti. Ciò non toglie che la scelta semantica intercetti un bisogno reale e trasversale: quello di vedere riconosciuta, anche nel linguaggio pubblico, la portata di un lavoro che non compare nei bilanci economici, ma che determina comunque il futuro di ogni società.


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