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La memoria argentina e non solo: 50 anni dalla dittatura di Videla

di Redazione -


di Lorenzo Stella

Il cinquantennale che ci riguarda: dittatura Videla e radici italiane

Anniversari e compleanni sono mere convenzioni, senz’altro utili come spunti di riflessione anche se a rischio di ridursi a rituali nostalgici, come per esempio accade con le celebrazioni delle ricorrenze di alcuni giornali che, negli ultimi mesi, evidenziano la crisi nera della stampa. In questi giorni cade il cinquantennale della breve ma feroce dittatura di Jorge Videla in Argentina, un evento distante nello spazio oltre che nel tempo che però ci tocca da vicino, come italiani: sia per la foltissima comunità originaria del nostro paese, circa la metà della popolazione argentina; sia perché le dittature militari sudamericane, all’epoca, in Italia venivano contestate da sinistra e talvolta esaltate da una minoranza di destra. “Cile, Brasile, Argentina l’Italia come l’America latina” era un lugubre slogan che risuonava in alcune manifestazioni.

Plaza de Mayo, i voli della morte e il nodo Milei

Il mezzo secolo trascorso non ha, comprensibilmente e doverosamente, cancellato la memoria di quei fatti. In Plaza de Mayo ancora si riuniscono, regolarmente, le poche madri viventi dei ragazzi rapiti, torturati e uccisi dai militari, in particolare con i famigerati voli della morte, accompagnate da una piccola folla di militanti più giovani. La mancanza di un compiuto percorso di giustizia per quei crimini, di un risarcimento pieno a chi è stato vittima della dittatura, tiene vivo il ricordo e l’impegno e costituisce anche un elemento controverso e divisivo per Javier Milei. Recente la polemica per i tagli ai fondi delle associazioni di “madres” e “abuelas” per il “nunca màs”.

La memoria non è però un processo scontato. Intanto perché non sopravvive senza la volontà di chi la conserva personalmente. I testimoni diretti spesso preferiscono dimenticare o almeno non tramandare la propria esperienza, la rimozione è frequente e la letteratura storiografica e scientifica ce lo conferma ampiamente: dai pochissimi Internati militari italiani che hanno deciso di comunicare quanto sofferto nei lager ai bambini abusati che si auto-colpevolizzano per convivere col trauma subito. La memoria, poi, è un processo soggettivo che ha valore rilevante ma relativo nella costruzione di una storia condivisa e che si presta a interpretazioni e polarizzazioni. Si pensi a come la memorialistica della Shoah, imponente come poche altre, sia oggi assurdamente ritorta contro gli ebrei per accusarli delle aggressioni e del militarismo israeliani.

Argentina, identità su sabbie mobili: Evita, Borges, Mafalda e la memoria incerta

In Argentina, inoltre, la memoria collettiva poggia su un terreno labile. Parliamo di una nazione nata per un processo migratorio tutto sommato recente, dove essere italiani o tedeschi si traduce in un esile filo di ricongiunzione a un passato geograficamente lontano, ancorché intervallato da pochissime generazioni. Un’incertezza similare si riflette in alcuni aspetti dell’immaginario argentino che colpiscono, per esempio la popolarità straniante di Evita Peron, la sua apolitica iconicità, il pellegrinaggio ininterrotto indirizzato alla sua tomba nel cimitero della Recoleta.

Ma la attesta anche il derby tra due scrittori fondamentali come Jorge Luis Borges e Julio Cortazar, con il primo probabilmente ancora più autorevole, anche per la sua clamorosa estromissione dal Nobel, ma il secondo forse più popolare. Per non dire dei due maestri del fumetto, Mordillo e Quino: il primo è incredibilmente quasi sconosciuto, invisibile, mentre per Mafalda l’industria della memoria è saldissima. Le statue delle panchine con la straordinaria bambina, a Baires, compongono un tour imperdibile per i turisti.

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