Elezioni regionali, astensionismo e carenza di classe dirigente
La vittoria per 3 a 0 dell’astensionismo all’ultima tornata delle elezioni regionali dimostra inequivocabilmente che c’è un crollo indiscriminato e generalizzato del voto di opinione. La famosa fetta di indecisi, quella a cui tutti i partiti puntano e che a quanto pare ormai ammonta a quasi il 60% degli elettori, è rimasta tale. Indecisa. O peggio ancora indifferente. Cambia poco, il dato è che non è andata a votare. A recarsi alle urne è stato solo chi aveva già le idee ben chiare, chi aveva il fac-simile della scheda elettorale pronto già dal giorno dopo la presentazione delle liste. Un problema enorme per tutti i partiti, ma soprattutto per un centrodestra che, Veneto a parte, non è riuscito a intercettare sui singoli territori il consenso di cui gode nel Paese. E se alle elezioni regionali, dove si vota con le preferenze, i voti scarseggiano si pone un problema di classe dirigente.
Causa ed effetto dell’astensionismo sulle elezioni regionali
I ragionamenti relativi alla crescita in termini di voti assoluti di questo o quel partito rispetto a cinque anni fa lasciano il tempo che trovano. Non sono attuali né attualizzabili. Basta guardare le oltre 200 mila preferenze conquistate da Zaia in tutto il Veneto che pesano come un macigno su Fratelli d’Italia, doppiato dalla Lega. Quando il candidato di punta a Napoli del primo partito del centrodestra in Campania, Gennaro Sangiuliano, non solo non risulta il primo eletto delle liste di partito, ma come numero di preferenze arriva dietro ai candidati di Forza Italia e Lega a Caserta, c’è qualcosa che non va. Manca una base strutturata perché non ci sono i nomi. Non i volti tirati fuori dai cilindri all’ultimo momento, ma quelli capaci di costruire e aggregare sul territorio.
L’esigenza di un traino a livello locale
Leader locali forti, amministratori solidi, personalità in grado di mettere in piedi un progetto credibile. Insomma, una classe dirigente in grado di fare politica e conquistare voti nel tempo, non solo in campagna elettorale. Se in Puglia, per il Pd, Stefano Minerva, sindaco di Gallipoli – comune di neanche 19 mila abitanti -, nella lista di Lecce ha ottenuto 32 mila preferenze alle regionali, praticamente tante quanto quelle conquistate dal primo eletto nella circoscrizione di Bari, più popolosa di oltre un terzo, i risultati dell’aver costruito una classe dirigente solida e credibile appaiono tanto più evidenti. La politica, tanto più a livello territoriale e a maggior ragione in occasione di elezioni locali, ha bisogno di un traino. I leader nazionali, per quanto bravi e capaci, da soli non bastano a raccogliere quel voto di opinione indispensabile per vincere.
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