Il mito dello “Zero Waste”: servono impianti, non slogan
di GIOVANNI BATTISTA RAGGI
Nel complesso mondo della gestione dei rifiuti, si aggira un nuovo acronimo che presto entrerà nelle tasche dei cittadini: ETS, ovvero Emissions Trading System. Dietro questa sigla tecnica si nasconde una decisione epocale dell’Unione Europea: includere i termovalorizzatori nel mercato dei permessi di emissione di CO2. In parole semplici, dal 2028 chi brucia rifiuti per produrre energia dovrà verosimilmente pagare per l’anidride carbonica fossile che emette. È una misura giusta? In linea di principio, sì. Chi inquina paga. Non dobbiamo nasconderci dietro un dito: l’ETS non è una semplice “gabella”, ma una potente leva economica. L’obiettivo dell’Europa è rendere lo smaltimento più costoso per rendere, di riflesso, il riciclo più conveniente. Finché bruciare costa poco, la filiera del riciclo delle plastiche complesse faticherà a stare in piedi economicamente.
ETS come leva industriale e tecnologica
Inoltre, questa tassa è la frusta necessaria per obbligare finalmente il settore a investire nelle tecnologie di cattura dei fumi, trasformando i termovalorizzatori da emettitori a “spugne” di carbonio. Ma nel nostro settore, tra il principio e la realtà, c’è di mezzo l’ingegneria e, soprattutto, la bolletta dei cittadini. Di fronte a questo scenario, spesso mi sento rivolgere due obiezioni. La prima è tecnologica: “Perché non usiamo il Waste-to-Chemical o l’idrogeno?”. La seconda è filosofica: “Perché costruire impianti se l’obiettivo è Rifiuti Zero?”. Sono domande legittime, che meritano risposte di onestà intellettuale, non da campagna elettorale.
Rifiuti Zero: ideale morale e realtà fisica
Partiamo dall’opzione “Rifiuti Zero”. È uno slogan affascinante, una tensione morale a cui dobbiamo tendere tutti. Ma attenzione a non confondere l’ideale con la fisica. In termodinamica e nell’industria, lo “zero assoluto” non esiste. Dati ISPRA e benchmark europei alla mano, anche i territori più virtuosi al mondo, quelli che spingono la differenziata oltre l’80%, si trovano a gestire quel fisiologico 15-20% di scarto residuo. Si tratta dello “scarto dello scarto”: le plastiche eterogenee non riciclabili, i residui dello spazzamento strade, i materiali sanitari. Se non abbiamo un impianto di fine ciclo per trattare questa frazione, “Rifiuti Zero” diventa, paradossalmente, “Discarica per Tutti”.
Perché la discarica è il vero nemico ambientale
Senza termovalorizzazione, quel residuo finisce sottoterra. E la discarica è il vero nemico ambientale, una bomba a orologeria di metano e percolato che lasciamo ai nostri figli. Dunque, Rifiuti Zero non significa Impianti Zero. Anzi: per avere un riciclo di qualità, servono impianti che smaltiscano in sicurezza ciò che non è più recuperabile.
Le promesse (e i limiti) del Waste-to-Chemical
La seconda fuga in avanti riguarda la tecnologia: se l’incenerimento paga l’ETS, perché non passare subito alla pirolisi o al recupero chimico (Waste-to-Chemical)?. Sulla carta è perfetto: trasformare la plastica in idrogeno o metanolo senza emissioni. Ma chi ha la responsabilità di garantire che tonnellate di rifiuti vengano smaltite ogni giorno, deve guardare alla maturità industriale. Queste tecnologie oggi sono ancora in una fase “adolescenziale”. Hanno limiti enormi. Primo, la “dieta”: mentre un termovalorizzatore è di bocca buona e accetta l’indifferenziato sporco, un impianto chimico è delicatissimo, richiede rifiuti selezionati e puliti.
Costi, tempi e necessità del recupero energetico
Secondo, i costi e i bilanci energetici, ancora non competitivi su larga scala per i rifiuti urbani misti. Dunque, per i prossimi 10-15 anni, conviene ancora affidarsi alla solidità del recupero energetico classico. Qui si apre il vero nodo politico: meglio il “bastone” dell’ETS o la “carota” degli incentivi? La risposta è che l’ETS da solo rischia di essere un bastone cieco. Se tassiamo l’incenerimento senza avere ancora pronte le alternative industriali su larga scala, l’unico risultato è l’aumento della TARI o, peggio, la fuga dei rifiuti verso discariche e paesi esteri deregolamentati.
Il rischio di una tassa senza politica industriale
Il mercato da solo non basta: serve una politica industriale che accompagni la tassazione. La strategia vincente, dunque, non è l’ideologia, ma il pragmatismo adattivo. Dobbiamo costruire termovalorizzatori moderni, necessari per chiudere il ciclo e raggiungere l’obiettivo “Discarica Zero”, progettandoli già predisposti per la cattura della CO2 (Carbon Capture).
Trasformare l’ETS in motore dell’economia circolare
Quindi che fare? Evitiamo che l’ETS sia solo una tassa per fare cassa. I proventi raccolti da questo sistema non finiscano nel calderone generale dei bilanci pubblici, ma siano vincolati al settore. Ogni euro pagato dai cittadini per l’ETS deve tornare indietro per finanziare l’innovazione: per costruire gli impianti di cattura della CO2 e per rendere competitivo quel Waste-to-Chemical che oggi è promessa e domani sarà realtà. Solo così trasformeremo una gabella in un volano per l’economia circolare, risolvendo l’emergenza rifiuti con il cemento e l’acciaio delle tecnologie mature, non con i sogni.
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