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Economia

L’Europa, il petrolio e la memoria del pesce rosso

Il petrolio vola oltre i 100 dollari, il gas supera i 60 euro e a Bruxelles riciccia l'idea di aumentare i tassi di interesse

di Giovanni Vasso -


L’Europa e la memoria del pesce rosso. Ammesso che sia vero, e pare che non lo sia, che i simpatici premi da lunapark riescano a ricordare solo quanto è accaduto tre secondi prima. Bruxelles, di fronte alla guerra in Medio Oriente, sta rivivendo per filo e per segno l’inizio della crisi energetica che insorse quattro anni fa, con l’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina. Con una differenza, se possibile, notevole e sostanziale. Allora l’Ue decise, e non le fu imposto da nessuno, di non rifornirsi più di gas e petrolio russo.

La situazione e il pesce rosso Ue

Oggi, con lo Stretto di Hormuz chiuso, la penuria di materie prime energetiche non è più una scelta ma un dato di fatto. La speculazione, figlia dei mercati che in Europa (e in una classe dirigente ferma al 1999) hanno l’ultimo baluardo, ha già portato i prezzi alle stelle. Il petrolio è già arrivato a quota cento dollari al barile, il brent è arrivato a 105 dollari e il Wti s’è minacciosamente avvicinato ai 103, tornando poi sotto la soglia. Come succedeva nel 2008, l’anno della crisi dei mutui subprime (e già traballa il sistema del credito Usa…). Alla pompa, il prezzo è già salito. Nel fine settimana, secondo Federpetroli, gli italiani hanno fatto la fila per fare il pieno. “Un picco di richieste”, hanno spiegato i petrolieri secondo cui le famiglie hanno preferito fare rifornimento subito, senza attendere ulteriori fiammate dai mercati. Meglio pagare il 14% in più (dati Codacons) che, magari, dover sborsare ancora di più tra qualche giorno. Il gas ad Amsterdam s’è impennato oltre i 60 euro al Megawattora. Fatto che si tradurrà in un esborso in bolletta, per le famiglie, che Facile.it ha già stimato in circa 540 euro l’anno. Somma al ribasso ma comprensiva anche degli aumenti dei carburanti.

Gli ultimi giapponesi (della stretta monetaria)

Sarà forse un riflesso condizionato, oppure la memoria da pesce rosso, parole e proposte Ue sono le stesse (o quasi) di quattro anni fa. I mercati, sempre loro, credono che la Bce possa procedere con un doppio giro di vite sul costo del denaro. Due aumenti dei tassi, uno a giugno (al più tardi a luglio), l’altro a luglio. La stessa, identica, strategia che ha portato la produttività europea nel baratro e ha stoppato la corsa della locomotiva tedesca. Trascinando tutti gli altri, Italia compresa, nell’incubo della stagnazione. Il ministro all’Economia Giancarlo Giorgetti ha avvisato la civetta Lagarde e la sua turbolenta voliera di pennuti arrabbiati: “Contro il caro energia sarebbe grave passare per una stretta monetaria”. Anche perché il conto, alla fine, lo pagherebbero (ancora una volta…) le famiglie che hanno già imparato, a loro spese, quanto incida il monomandato Bce sull’inflazione sulla rata del mutuo.

L’idea di Macron

Le chiacchiere si rincorrono, l’avventura Usa in Iran presenta il conto. Che paghiamo noi europei. Come al solito. Stiamo ancora pagando per Kiev, ora arriva pure il conto per Teheran. Solo che stavolta, di petrolio, non ce n’è. Perché da Hormuz non si passa e il Kuwait prima e poi pure Saudi Aramco hanno annunciato tagli alla produzione. Che fanno il paio con quelli del Qatar. L’Opec, per il momento, tace. Ha annunciato un mini aumento per aprile ma 206mila barili al giorno in più non basteranno. Che fare? Macron ha avuto un’idea al G7: mettiamo in campo le riserve petrolifere. Tutti si sono accodati. Il cattivissimo Dombrovskis per la Ue, la stessa Agenzia internazionale per l’Energia. “Per ora non ce n’è bisogno”, si sono affrettati a far sapere da Bruxelles. “Solo Ungheria e Slovacchia l’hanno fatto”, ha chiarito il commissario Ue all’Energia Dan Jorgensen ma solo a causa della “chiusura” dell’oleodotto Druzhba.

Orban chiama, Putin risponde

Sarà stato forse per questo se quel cattivone di Viktor Orban aveva chiesto all’Ue di valutare la sospensione dell’import di gas e petrolio dalla Russia. Ancora più cattivo (e maramaldo) di lui, Vladimir Putin ha affermato la sua disponibilità a rifornire l’Europa a patto di garantire “una cooperazione a lungo termine stabile, libera da considerazioni politiche”. Oltre al danno di restare senza petrolio, pure la beffa di rischiare (quasi) senza argomenti dal momento che pure gli Usa hanno tolto le sanzioni a Mosca e l’India s’è lanciata a ricomprare petrolio dalla Russia. “La produzione di petrolio legata allo Stretto di Hormuz rischia di interrompersi completamente entro il prossimo mese”, ha avvisato Putin. Bruxelles deve scegliere. Le stime Ue riferiscono che le riserve di petrolio potrebbero durare tra “gli 85 e i 90 giorni”. E poi?


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