Non si è garantisti a giorni alterni. O sempre o mai
Il garantismo non è una postura men che mai una moda, né una bandiera da sventolare solamente quando conviene. È una regola di civiltà giuridica che, proprio perché tale, non ammette zone d’ombra, né deroghe né eccezioni. O si è garantisti sempre, oppure non lo si è affatto, e quindi mai. Non esiste un garantismo a geometria variabile, piegato all’emozione del momento o all’utilità politica del giorno: sarebbe una contraddizione in termini, una forma di opportunismo mascherata da principio. In una democrazia sana, con tutti i poteri al posto giusto (e al posto loro), il garantismo non segue la morale del tempo né le ragioni della piazza. Al garantismo non può essere applicata la pessima abitudine del due pesi e due misure. Non è che vale solo per un imputato vicino alle proprie convinzioni, mentre viene meno nei confronti di un avversario a processo. È, al contrario, la difesa rigorosa delle regole che tutelano tutti: innocenti e colpevoli, amici e avversari, cittadini qualunque e uomini di potere. Perché la presunzione di innocenza fino alla condanna definitiva, il diritto alla difesa e la separazione tra accusa e giudizio non sono privilegi, ma pilastri inalienabili della democrazia. Il garantismo, inoltre, non può essere sospeso in ragione della realpolitik, neanche in nome della stabilità o della continuità di governo. Quando la politica decide che l’urgenza giustifica scorciatoie, la giustizia smette di essere tale e diventa strumento politico, per l’appunto. Il rischio poi è che l’eccezione utilizzata per uno si estenda a chiunque. Per questo il garantismo non può avere eccezioni. Non è un favore concesso ai potenti né una protezione per i colpevoli, ma una garanzia per la libertà di tutti. Rinunciarvi anche una sola volta significa accettare che la legge smetta di essere uguale per tutti. Bisogna essere garantisti anche e soprattutto quando non conviene.
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