Gesù cancellato a Reggio Emilia e l’equivoco dell’inclusione
La cultura italiana si è nutrita per secoli dei valori del cristianesimo ed è profondamente intrisa di cattolicesimo, lo è nelle città, nell’arte, nelle festività religiose e civili e, soprattutto, nella storia della cultura sociale su cui è fondata la Repubblica costituzionale. Una Repubblica che non ha mai ignorato il ruolo storico, culturale e pedagogico che la religione cristiana ha esercitato nello spazio civile.
La laicità del Paese è tradizionalmente letta in chiave positiva, non antireligiosa, essa garantisce la libertà di culto e il pluralismo, senza recidere il legame culturale con la tradizione cristiana, che resta parte fondante della nostra identità collettiva. Il cristianesimo, anche nei suoi aspetti più istituzionali e clericali sul piano sociopolitico, ha contribuito a costruire l’Italia ben prima dell’esistenza dello Stato unitario. Gli articoli 7 e 19 della Costituzione delineano con chiarezza il rapporto tra Stato e religioni, segnando un equilibrio che ha retto per decenni.
Un equilibrio che appare incrinarsi di fronte a vicende come quella della scuola di Reggio Emilia, dove si è scelto di cancellare il nome di Gesù da una canzone natalizia per evitare possibili esclusioni. Modificare un canto di Natale con l’intento di renderlo più inclusivo e rispettoso di chi professa altre fedi rischia di tradursi in un gesto ipocrita e culturalmente impoverente, non solo un’offesa alla nostra storia e alla nostra tradizione, ma anche una distorsione del significato stesso dell’inclusione.
L’inclusione perseguita attraverso la rimozione di simboli che hanno plasmato l’identità del Paese non rende la scuola più accogliente, al contrario, la priva della possibilità di offrire agli studenti strumenti autentici per comprendere le radici storiche e culturali della comunità in cui vivono. Vivere il Natale senza il nome di Gesù non rende la scuola più aperta, perché l’inclusione non si realizza per sottrazione ma per integrazione. Altrimenti, nel timore di escludere qualcuno, si finisce inevitabilmente per escludere qualcun altro.
La scuola è il luogo per eccellenza deputato alla formazione civile dei cittadini di domani, chiamata a confrontarsi con il pluralismo religioso e culturale della società aperta. È un laboratorio di maturità civile e, inquanto tale, deve saper cogliere il valore educativo che risiede nel riconoscere un simbolo, senza che ciò implichi l’adesione ad esso, imparando a convivere con la complessità delle identità e dei patrimoni culturali. È la conoscenza, non il silenzio, che genera rispetto per le differenze. In questa prospettiva, l’Italia è chiamata a costruire una laicità matura, capace di tenere insieme radici e pluralismo, una laicità che non nasconde ciò che siamo, ma che consente a ciascuno di essere ciò che è liberamente, cristiano, musulmano, ebreo, ateo o altro ancora. Un popolo non si apre al mondo cancellando le proprie radici, ma condividendole con rispetto.
La tradizione non è un ostacolo all’inclusione: è il linguaggio attraverso cui una comunità racconta sé stessa, aprendosi agli altri senza rinnegarsi. In fondo, il Vangelo non insegna la rimozione, ma l’incontro, non nega le identità, ma il loro riconoscimento reciproco. È un messaggio che non chiede di essere nascosto per non urtare, ma compreso per poter dialogare. In un tempo che ha bisogno di ponti più che di amputazioni culturali, la sfida non è scegliere tra Gesù e l’inclusione, ma ricordare che l’inclusione autentica nasce proprio dalla capacità di stare nella verità di ciò che si è, aprendosi all’altro senza paura
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